
Arcipelago Dolomiti
Salite e discese che hanno fatto la storia del ciclismo, prati curatissimi dai quali spuntano, come funghi, masi di pietra e legno. A guardare tutto dall’alto le montagne più belle del mondo, le Dolomiti.
Periodo consigliato
Giu - Set
Dislivello Totale
8.450 m
Lunghezza totale
301 km
Durata
2/5 Giorni
C
Poteva non sembrare, come dire, l’idea più illuminata nella storia del mondo. Questo anche per dire che io, in Val di Fassa, non c’ero mai stato in vita mia. Se non forse una volta, ma di passaggio, per andare in montagna da qualche parte, non so nemmeno più esattamente dove. Ricordo solo un veloce caffè a Canazei.


C’è da dire che appena arrivati in albergo, a Pozza di Fassa, appare evidente che da queste parti vogliano viziarci. Scopriamo che c’è anche la spa (durante il soggiorno scoprirò anche che da queste parti quasi tutti gli alberghi offrono simili voluttà) e stiamo quasi per cedere, appena messi giù i bagagli, alla promessa di un bagno caldo all’aperto, ma ci dicono che purtroppo è già chiusa. Subito una pecca da far notare agli amici confinanti, e mi sento già più sollevato.
La mattina dopo, però, apro la finestra e il cielo è terso come solo in certe giornate d’autunno. L’aria è frizzante che viene da berla, le montagne, delle quali ancora ignoro il nome, luccicano al punto che sembrano illuminate dall’interno. Odio dirlo, ma mi sento un po’ a casa.
Partiamo per una prima giornata che non si presenta né breve né semplice. Ma ormai ho accettato di dovermi bere, dopo l’aria frizzante, il dislivello di un tappone alpino in circa 130 chilometri. Tanto vale iniziare e cercare di viversela il meglio possibile. La prima salita – guarda un po’ che casualità – è anche la più dura, l’Alpe di Pampeago. È stata resa famosa dal Giro d’Italia, soprattutto dalle imprese di Pantani nel ’98 e nel ’99. Salgo piano, di conserva, agile, salvando la gambe, che poi vuol dire salvare la testa e lo spirito.


La cosa bella di questo passo è che collega Tesero, in provincia di Trento, con la Val d’Ega, in provincia di Bolzano, un valico cioè fuori dalle rotte più trafficate, e la solitudine è un’ottima compagnia. Scoprirò poi che – guarda un po’ quest’altra casualità – il versante da cui lo faccio, quello da Tesero, è di gran lunga quello più duro. Ma il bello di togliersi subito la fatica peggiore è che poi, almeno metaforicamente, è tutta discesa, giusto? Dopo lo scollinamento il computerino dice che di metri di dislivello ce ne sono ancora 3.000. Un po’ alla volta, antiscalatore, una pedalata dopo l’altra.
Dopo pranzo facciamo una brevissima deviazione per visitare, seppur solo dall’esterno, la Chiesa di San Valentino a Castelrotto. Poco prima avevamo incrociato lo stesso santo in forma di paese, San Valentino in Campo, in cima ad una serie di tornantini, alla fine della lunga discesa dall’Alpe di Pampeago. Ma, nonostante le mie ripetute domande ai local sul perché di questa evidente devozione dell’Alto Adige a San Valentino, nato e sepolto a Terni, nei due giorni del mio soggiorno non ho trovato risposta.
Comunque, tornando alla chiesetta: è del XII secolo (informazione recuperata, ammetto, solo successivamente) ed è decisamente da cartolina; affrescata sia all’esterno che all’interno, posa su un bel prato verde molto altoatesinamente curato, con la sua cupola a cipolla dal sapore ortodosso, che si staglia assai instagrammabilmente sulle pareti dello Sciliar. C’è poco da dire, è un gran bel posto dove fare una pausa prima dell’ultima difficoltà di giornata.
Il Passo Sella da Selva di Val Gardena non si vede, si intuisce lassù da qualche parte alla nostra destra. Quello che, invece, è impossibile non notare è l’incredibile Gruppo del Sella, una delle molte scogliere fossili che tutte assieme creano quell’irripetibile paesaggio che è l’arcipelago Dolomiti. Il computerino, a questo punto, segna oltre 3.000 metri di dislivello fatti, e il rapporto più agile diventa il mio migliore amico, ancora più del solito.


Quando, però, si arriva agli ultimi due chilometri del passo, alle luci del tramonto, con l’ultimo sole che spunta dal Sassopiatto, in mezzo ad una foresta di pini cembri, lì allora tutto il mal di gambe e il dislivello fatto, così come quello mancante, sfumano nel nulla. Questa luce, già bella per conto suo, è resa irripetibile dalla parete del Piz Boè, che la prende, la mescola e la rispedisce indietro come espansa in altri diecimila colori. E a me viene in mente la parola pulviscolare, che Calvino utilizzava in Lezioni Americane per spiegarne altre due, molteplicità e leggerezza, che così bene aderiscono a queste montagne.


Il secondo giorno ripartiamo da Pozza: nemmeno 24 ore che siamo qui e già ci sentiamo in diritto di chiamarla così, senza il suffisso “di Fassa”. La tappa che ci aspetta si snoda quasi completamente in un’altra provincia, quella di Belluno. A Canazei inizia la prima salita che porta al Fedaia, cioè sotto la Marmolada, la cima più alta delle Dolomiti, con il suo ghiacciaio boccheggiante. In cima al passo vedo il cartello, e qualcosa mi dice che dovrei esserne contento, dopotutto sono tornato a casa, no? Ma com’è che invece mi sembra improvvisamente tutto così liquido, sfumato? Non è che dopo aver visto che di là era poi molto simile a di qua, e viceversa, tutta questa cosa del campanilismo mi sia un po’ sfuggita di mano? Oggi, per esempio, sono molto felice di aver fatto il Fedaia dal versante di Canazei e non da Malga Ciapela, col suo drittone al 15% fisso.
Scendiamo verso Caprile e, prima di arrivarci, intravediamo da un ponte i Serrai di Sottoguda, appena riaperti dopo il disastro della tempesta Vaia: tutte la porzioni di boschi attorno a Rocca Pietore ed oltre portano ancora i segni di quella notte di vento e paura. Anche questi non li avevo già visti anche ieri, scendendo dall’Alpe di Pampeago, in Alto Adige? Sempre perché di là è poi molto simile a di qua.
Da dopo il Fedaia le strade le conosco bene. Vedere apparire la parete nord del Civetta a Caprile è ogni volta uno spettacolo che lascia stupefatti. Come vedere il Pelmo, solitario e imponente, salendo lungo il Passo Cibiana: non è un caso che, secondo la leggenda, Dio stesso l’avesse scelto come scranno per riposare ed ammirare la sua opera, dopo aver creato tutte le Dolomiti. Da Zoldo ci inerpichiamo lungo il Passo Duran, scendiamo ad Agordo e da lì risaliamo la Val Cordevole verso Pieve di Livinallongo.


Lassù, in Alto Agordino, l’atmosfera è già quasi completamente nordica: si parla ladino stretto e il cimitero è ancora attorno alla chiesa, come nel resto d’Italia prima che passasse Napoleone con le sue riforme illuministiche. E di nuovo il campanilismo perde un altro pezzo di senso.


L’ultima salita di oggi, ma anche di tutto il fine settimana, è il Passo Pordoi. Se la prima, l’Alpe di Pampeago, è stata la più dura, questa è certamente la più dolce. Non solo per le pendenze che sono quasi sempre pedalabili, non solo per le tantissime bici, molte più delle auto, più anche delle moto, che incontriamo lungo i tornanti. Nemmeno perché, se tutto va bene, arriveremo in albergo in tempo per farci un giro nella spa. È la più dolce perché è la chiusura di un breve viaggio che mi ha fatto scoprire che casa mia fa parte di qualcosa di molto più vasto di quello che pensavo. Perché le Dolomiti non sono mie, non sono di qualcun altro, non sono di nessuno. Sono di tutti. Perché non sono un’isola, ma un arcipelago.

Testi
Fabio Dal Pan

Foto
Alessandro MimIola
Hanno pedalato con noi

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.




















