
Caleidoscopio Istriano
Centinaia di chilometri di costa, paesini abbarbicati in cima alle colline, terre di vari colori che si specchiano nel mare, in un luogo che è da secoli cerniera, confine, incontro.
Periodo consigliato
Gen - Dic
Dislivello Totale
2.370 m
Lunghezza totale
219 km
Durata
3/5 Giorni
P
Come si raccontano le forme e i colori di un caleidoscopio, che cambiano, sfumano e si mescolano ogni volta che lo si prende in mano? Come si racconta un territorio che è una penisola, cioè metà terraferma e metà isola, in cui si parlano tre lingue, italiano, istroveneto e croato; un territorio che, a seconda del colore del terreno, è diviso in Istria Rossa, quella costiera, Istria Grigia, quella centrale, e Istria Bianca, quella interna; un territorio che è stato per secoli una cerniera tra mondi, confine di ogni cosa? Chi lo sa. Come per ogni viaggio in bicicletta in posti sconosciuti, l’unica cosa da fare è partire, e vedere cosa succede lungo la strada.
Partiamo da Cittanova, una bella cittadina al centro della costa ovest, che assomiglia molto a Venezia, e puntiamo verso nord. La strada di terra rossa corre per chilometri accanto al mare e noi la seguiamo fino ad Umago, dove deviamo verso l’interno e iniziamo, un po’ alla volta, a salire. Appena dopo il paese di Buje, che vale una sosta anche solo per l’appellativo con cui era conosciuto, ovvero la vedetta dell’Istria, svoltiamo a destra ed entriamo ufficialmente nella Parenzana, la famosa ciclabile ricavata dalla vecchia ferrovia a scarto ridotto che da inizio ’900 collegava Trieste a Parenzo.


Qui entriamo nell’Istria Gialla, detta anche Istria Grigia, per aggiungere ulteriori sfumature al caleidoscopio: è la fascia centrale della penisola, caratterizzata da uno strato di argilla gialla e rocce sedimentarie grigie, che spiegano il doppio nome. Le ruote scorrono sulla ghiaia color cenere, in mezzo al verde dei boschi mediterranei fatti di lecci, querce e acacie, e in breve arriviamo a Grisignana, una delle fermate obbligatorie lungo l’ex ferrovia. La piazza centrale è dedicata a Josip Broz Tito, proprio lui. Il paesino è un po’ romano, un po’ barocco, un po’ veneziano, abbarbicato alla cima di un colle come fosse un’unica grande terrazza in mezzo ai boschi, dalla quale però si vede il mare.
Siamo partiti solo da poche ore ma, se ce lo chiedessero, diremmo che un bel pezzo d’Istria si potrebbe dedurre venendo a fare un giro anche soltanto qui. C’è ancora molta strada per arrivare a sera e, per nostra fortuna, continua quasi tutta in discesa per quel serpente grigio che è la Parenzana. Montona la vediamo molto prima di arrivarci, da una delle tante spire che corrono a mezza costa. Sembra uno di quei paesini che ogni tanto vedi spuntare in cima alle colline nel centro Italia, isolati e cinti di mura. Anche il feroce acciottolato in salita, che facciamo per arrivarci, lo ricorda, ma una volta entrati l’atmosfera cambia.
Da ogni lato si guardi spuntano leoni di San Marco, il simbolo della Serenissima Repubblica di Venezia. Ce ne sono addirittura 13, ma solo uno ha il libro aperto alla pagina «Pax Tibi Marce» ed è, tutt’altro che a caso, l’unico rivolto verso il mare, il giardino di Venezia. Gli altri 12, con il libro molto meno pacificamente chiuso, sono invece rivolti ad oriente, da dove normalmente arrivavano i nemici. La prima sera ceniamo lassù, in un bel ristorantino all’aperto che dà direttamente sui bastioni del paese in direzione sud-est. Speriamo che non arrivi nessun malintenzionato perché, sommersi come siamo da un menù intero a base di tartufi neri, annaffiato da una processione di Malvasia e Terrano, saremmo certamente i primi ad alzare bandiera bianca e la reputazione di Montona, da secoli città inespugnabile ed inespugnata, per colpa nostra potrebbe risentirne.
Il secondo giorno ci inoltriamo ancora di più nell’entroterra, dove le persone che incontriamo parlano più facilmente croato che istroveneto. Da queste parti, come abbiamo ben imparato la sera prima, è in voga la ricerca, la commercializzazione e la trasformazione del tartufo, sia nero che bianco, con molte aziende che negli ultimi anni hanno deciso di dedicarsi a quest’attività. Visitiamo addirittura un museo del tartufo, dove scopriamo che ad importare questa nuova usanza sono stati gli italiani. Sapere che qualcosa di buono abbiamo lasciato – oltre ad aver fatto, specie nella prima metà del ’900, diversi danni – ci mette di buon umore per il resto della giornata. Dopo qualche altra decina di chilometri arriviamo a Rovigno, di nuovo sulla costa, abbastanza gagliardi. Giungendo da sud, come abbiamo fatto noi, Rovigno assomiglia ad una Mont-Saint-Michel sull’Adriatico, col suo campanile al centro, da cui digrada tutto il centro storico. Oggi è uno dei più importanti centri turistici della penisola, e anche a metà settembre, quando ci passiamo noi, è piena zeppa di villeggianti tanto che sembra fine luglio.
Prima di cena andiamo a visitare il negozio-museo del Pelinkovac, all’inizio della zona pedonale: è un amaro a base di artemisia tipico dell’Istria e specificatamente di Rovigno. All’interno del negozio, tra le mille varietà, alambicchi e altri liquori ancora, è raccontata la storia della fabbrica di liquori di Rovigno, l’unica distilleria ancora in attività nella zona, che si trova dall’altra parte della strada. È una storia che riflette quella della penisola: fondata nel 1925 da un italiano, dopo la Seconda guerra mondiale è passata nelle mani del governo jugoslavo, per poi essere rilevata da un’azienda privata croata negli anni ’90. Niente di meglio di una boccetta da 20 ml di Pelinkovac, a parer nostro, da infilare nella borsa da bikepacking e portarsi a casa. Anche perché, come ci ha assicurato la signora del negozio, l’amaro era usato anche come medicinale per curare praticamente tutto. «Quando si stava male qui da noi non serviva andare in apotheke, bastava un bicchierino di Pelinkovac e passava tutto», ci racconta, ma sulla validità scientifica di quest’ultima dichiarazione, tuttavia, non ci sentiamo di mettere la mano sul fuoco.
Il terzo giorno è anche il più breve, da Rovigno a Cittanova. Come all’inizio del primo giorno, è quasi tutto un lungo costa nell’Istria Rossa, inframezzato da un panorama che è l’ennesimo, ulteriore cambio di paesaggio di questo caleidoscopio a forma di penisola. La traccia devia improvvisamente verso l’interno e per una decina di chilometri costeggiamo qualcosa che assomiglia molto ad un fiordo norvegese. Si tratta del Canale di Leme, Limski kanal in croato, l’insenatura più grande di tutto l’Adriatico. Il nome arriva dal latino limes, ovvero “confine”, perché quel canale-fiordo segna da sempre il limite tra il territorio di Rovigno e quello di Parenzo. Ed è proprio lì che facciamo l’ultima tappa prima di tornare a Novigrad. Sarà stato il giorno feriale, il caso o solo un’impressione, ma, rispetto all’affollata Rovigno, Parenzo ci è parsa più verace, più piratesca, anche più autentica, in qualche modo.


Attraversiamo la via centrale spingendo la bici a mano in mezzo ai turisti: ci sono chiese bizantine, palazzi con bifore veneziane, vecchie case con ballatoi di legno. Non sembrerebbe strano veder spuntare da un vicolo Corto Maltese, oppure Porco Rosso, l’aviatore protagonista dell’omonimo film di animazione di Miyazaki, che proprio dall’Istria partiva col suo idrovolante scarlatto per combattere contro i fascisti. Mancano solo gli ultimi chilometri verso nord per tornare di nuovo a Cittanova, con il suo porto e le sue calli, con la sua Chiesa di San Pelagio e di San Massimo, che sembra un pezzo di Venezia, da quanto è protesa verso il mare. Dal molo, che guarda dritto il campanile, facciamo il bagno di rito, il finale obbligato di ogni viaggio che termina vicino ad uno specchio d’acqua.
Come si raccontano le forme e i colori di un caleidoscopio, che cambiano, sfumano e si mescolano ogni volta che lo si prende in mano? Chi lo sa. L’unica cosa che sappiamo, alla fine di questo breve viaggio, è che ogni colore e ogni forma della terra istriana ci è rimasto attaccato agli pneumatici della bici. Ma anche un po’ più in su, da qualche parte vicino al cuore.


Epilogo: in tre giorni abbiamo fatto 220 chilometri con quasi 2.500 metri di dislivello, mangiato una terrina di tartufi neri, piatti colmi di sarde in saor, seppie e polenta, bevuto otto diversi tipi di Pelinkovac, assaggiato un numero incalcolabile di qualità di Malvasia e Terrano, messo le ruote su asfalto grigio, terra rossa, argilla gialla e ghiaia nera, pedalato sulla costa, tra i paesi e in mezzo ai boschi, arrancato a 7 chilometri all’ora su salite al 20% e sfrecciato a 70 su discese al 2%, ma una cosa non abbiamo mai fatto: assaggiare i ćevapčići. Neanche uno, neanche mezzo, neanche un morso. Promessa mantenuta. Perché abbiamo capito che l’Istria, quella vera, è già abbastanza caleidoscopica così.

Testi
Fabio Dal Pan

Foto
Paolo Penni Martelli
Hanno pedalato con noi
Stefano Francescutti

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.





















