Contrasti a Est

Dalle cime severe delle Alpi Giulie al mare di Trieste, attraversando confini, boschi, colli e memorie.

Periodo consigliato

Mar - Set

Dislivello Totale

8.200 m

Lunghezza totale

360 km

Durata

3/6 Giorni

È

fine agosto di una lunga estate passata a lavorare sulle Alpi occidentali: tanti 4.000, tanti ghiacciai e poche occasioni per andare in bici. Sono a Chamonix, in uno chalet sotto le pareti del Monte Bianco, in una giornata piovosa, quando ricevo una chiamata dalla redazione: «Come va? Sei riuscito a pedalare un po’ quest’estate? Avremmo una proposta da farti».

Contrasti a Est

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Intro

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Giorno 1

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Giorno 2

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Giorno 3

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Giorno 4

La proposta, manco a dirlo, è scrivere questo pezzo e, soprattutto, affrontare questo percorso su due ruote. Non posso dire di non averci pensato due volte prima di accettare, anzi. Il non aver pedalato quasi per nulla e il voler dedicare la fine dell’estate e l’autunno all’arrampicata sarebbero state ottime ragioni per rifiutare, ma altrettante erano quelle per accettare.
Prima di tutto, la pedalata sarebbe partita proprio da casa mia, Tarvisio, nel cuore delle Alpi Giulie, e sarebbe terminata a Trieste, sulle sponde dell’Adriatico, passando, tra le varie tappe, per Gorizia, città dove sono nato, e lungo tutte quelle strade e salitelle tra Collio, Carso e valli del Natisone, che percorrevo a ogni uscita, quando la bicicletta era la mia (quasi) unica amante. In secondo luogo, la possibilità di percorrere da nord a sud la mia regione con Elisa, che ancora non la conosce così a fondo, e per lei la possibilità di immortalare i suoi scorci, le sue strade, la sua gente.

Partire dalle montagne significa cominciare dalla parte più impegnativa, dalle salite più lunghe e ripide, ma in realtà la nostra traccia, che segue e attraversa più volte il confine con la vicina Slovenia, di salita ne ha tanta ogni giorno e di pianura non ce n’è.
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Sono bastati un paio di chilometri dalla porta di casa per iniziare il nostro viaggio: 350 chilometri, dalle montagne al mare. Partire dalle montagne significa cominciare dalla parte più impegnativa, dalle salite più lunghe e ripide, ma in realtà la nostra traccia, che segue e attraversa più volte il confine con la vicina Slovenia, di salita ne ha tanta ogni giorno e di pianura non ce n’è. Partiamo, quindi, in una calda giornata di fine settembre e, già dalla piazza di Tarvisio, ci immettiamo nella ciclabile Alpe Adria, che collega Salisburgo a Grado e l’Adriatico. In leggera discesa raggiungiamo il paese di Valbruna, nell’incantevole cornice della Val Saisera: facciamo una prima breve pausa da Irma per una fetta di torta e un secondo caffè.

Curiosità

Ripartiamo e, in breve, prima di sbattere contro le pareti del gruppo del Jôf Fuârt e del Jôf di Montasio, inizia la salita: prima su asfalto, poi su sterrato per raggiungere il rifugio Grego e svalicare in Val Dogna. La forestale, completata solo pochi anni fa, sale dolcemente con un fondo compatto a larghi tornanti immersi in una bellissima faggeta, fino a una radura dove si trova il rifugio. Una volta in cima, tiriamo dritto: se ci fermassimo a ogni ristoro non arriveremmo mai. La Val Dogna è perfetta da percorrere in bicicletta, sia in discesa (come facciamo noi) che in salita: quasi 20 chilometri di curve e controcurve con traffico pressoché assente e una valle puntinata da piccoli abitati dai nomi spesso bizzarri, come Chiout, Chiutzuquin e Mincigos.

Torniamo sulla ciclabile Alpe Adria, ricavata dalla vecchia linea ferroviaria che percorreva Canal del Ferro e Val Canale. Le vecchie stazioni sono spesso riqualificate come ristori per i cicloturisti, come nel caso di Chiusaforte e Resiutta. Qui abbandoniamo definitivamente la ciclabile e, seguendo le acque turchesi del Resia, ci inoltriamo nell’omonima valle. Dopo una svolta secca a destra, ci troviamo sulle rampe al 20% di Sella Carnizza, salita dove nel 2012 iniziò la leggenda di Primož Roglič. Tanto è ripida l’ascesa, quanto dolce e sinuosa è la strada che, in leggera discesa, ci porta a Uccea: le foglie dei faggi iniziano a ingiallirsi in una lenta transizione tra estate e autunno. Ci mancano ancora una ventina di chilometri per raggiungere Tarcento, dove termina la nostra prima tappa. Ci ospita Michele, un amico che da qualche anno ha aperto una bottega dove ripara, ricuce e ricicla qualsiasi cosa. Ci accoglie con un buon taglio (bicchiere di vino in friulano, nda) e qualcosa da stuzzicare.

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La seconda tappa è la più corta, ma non per questo la più semplice: anche oggi tanto su e giù, salite brevi ma mai un metro in piano, e nemmeno dritto. Ci siamo lasciati alle spalle le Alpi Giulie e oggi percorriamo da ovest ad est l’omonima catena prealpina, spartiacque tra montagna vera e bassa friulana.
Partiamo da Tarcento e percorriamo a ritroso gli ultimi chilometri della sera prima, fino a Vedronza; da qui torniamo a salire verso Monteaperta. Invece di seguire la strada, saliamo immersi nel bosco lungo una bella forestale. Una volta tornati su asfalto, prima del paese, la vista spazia sulla catena del Gran Monte, che ci accompagnerà per i prossimi chilometri. Uno dei tanti saliscendi ci porta ad attraversare per la prima volta il confine con la Slovenia e il Natisone sul piccolo ponte Vittorio.

Pedalare in Friuli Venezia Giulia è anche questo: passare dalle montagne al mare senza quasi accorgersene, attraversando paesaggi diversi, su strade che sembrano quasi ciclabili e, infine, tornare a casa senza stress, comodamente sul treno.

Si continua così, sempre su stradine strette e qualche tratto gravel, attraverso piccoli borghi incastrati in queste valli. Prima di riattraversare il Natisone e il confine, passiamo per Robidišče, conosciuto come il paese più a occidente della Slovenia. Nonostante sia formato da una manciata di case, ci fermiamo per una birra da Rest and Ride, un B&B che strizza l’occhio proprio a chi si muove su due ruote.
Torniamo a pedalare nel bosco e su stradine sempre strette: sembra di essere su una ciclabile continua. L’asfalto è ruvido e ringraziamo i nostri copertoni da 40 e 45 millimetri. Di automobili oggi ne abbiamo incrociate davvero poche, qualche mezzo agricolo ogni tanto e un paio di timidi caprioli, ma nulla più. Poco dopo Montefosca, finalmente la strada tira giù per i chilometri che ci separano dal fine tappa: una bella discesa a tornanti fino a Pulfero, ancora poche pedalate e siamo a San Pietro al Natisone, dove ci fermiamo per la notte. Abbiamo fatto appena una settantina di chilometri, ma sembrano decisamente di più.

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La terza tappa inizia con una colazione abbondante fatta di due belle fette di gubana, dolce tipico a forma di chiocciola, da queste parti un dovere e, in questo caso, anche una necessità. Ci aspetta un’interessante salita di una decina di chilometri sui fianchi del Matajur, una montagna che assomiglia ad un faro, con la sua chiesetta in cima, visibile da buona parte della pianura friulana. Dalla cima si gode di un panorama eccezionale: dalle Giulie, con il gruppo del Canin in primo piano, fino al golfo di Trieste e alla laguna di Grado. Prima di poter godere della vista, però, ci mettiamo un po’: a tanta salita segue altrettanta discesa, fino a lambire l’abitato di Polava, che merita una piccola deviazione dalla traccia di soli 500 metri per vedere questo piccolo angolo di Tibet. Da una trentina d’anni, infatti, le case sono state ristrutturate e ospitano un centro di meditazione, il Cian Ciub Ciö Ling.

Ripreso il nostro percorso, una breve salitella, sempre immersa nel bosco e su strada strettissima, ci porta ad altri sette chilometri di piacevole discesa fino a Clodig. Merita una sosta la Trattoria Alla Cascata, ma per il pranzo è ancora presto e si torna così a salire fino quasi in cima al Kolovrat, catena montuosa caratterizzata da paesaggi spettacolari e sentieri escursionistici, con un’importanza storica significativa grazie alle trincee e ai siti della Prima guerra mondiale.

Si sale il costone che alterna qualche tornante ai piccoli borghi tipici delle valli del Natisone, fino a Drenchia; da qui si prosegue in costa fino quasi al confine con la Slovenia. Finalmente la strada torna più agevole: si scende verso Tribil per poi puntare a Castelmonte, santuario in cima a un piccolo promontorio roccioso, nonché arrivo di tappa del Giro 2022. Qui ci fermiamo per pranzo e ci concediamo un bel piatto di frico, polenta e funghi, l’ultimo lungo il nostro percorso. Da qui a poco passeremo per il Collio, Gorizia, il Carso e, infine, Trieste: insieme alle strade e ai panorami cambierà anche la cucina.

Lungo stradine secondarie e qualche sterrato, passiamo in mezzo alle innumerevoli cantine del Collio, italiano e sloveno, tra continui saliscendi fino alle porte di Gorizia e alla collina di San Floriano del Collio. Sono una quarantina di chilometri piacevolissimi da percorrere.

Un po’ di discesa ed eccoci catapultati in mezzo alle vigne sopra Prepotto. Lungo stradine secondarie e qualche sterrato, passiamo in mezzo alle innumerevoli cantine del Collio, italiano e sloveno, tra continui saliscendi fino alle porte di Gorizia e alla collina di San Floriano. Sono una quarantina di chilometri piacevolissimi da percorrere. Ci fermiamo a rubare qualche grappolo d’uva, ma è meglio non indugiare troppo: siamo pur sempre in piena vendemmia. I chilometri finali prima del capoluogo isontino si svolgono sul tracciato dei recenti Campionati italiani su strada, e le scritte di incitamento sono ancora ben visibili. Arriviamo finalmente a Gorizia, dove passiamo brevemente per piazza Transalpina, simbolo di unione tra la parte slovena, Nova Gorica, e quella italiana della città, che nel 2025 è la prima Capitale europea transfrontaliera della cultura. Passiamo la serata con la mia famiglia: ceniamo nel locale di amici storici dei miei genitori, Michela e Piero del ristorante Rosenbar. Tra piatti tradizionali e altri più innovativi, non ci facciamo mancare qualche bicchiere di vino naturale del nostro Collio.

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Per l’ultima tappa ci svegliamo con calma: sono solo 80 chilometri e altimetricamente è la giornata più semplice, ma il Carso non va sottovalutato, specialmente nelle sezioni in gravel.
Bastano pochi chilometri dal centro città per ritrovarci soli su strade strette e con asfalto ruvido. Salendo verso San Michele del Carso, passiamo di nuovo il confine. Da Sela na Krasu (Sella delle Trincee, in italiano) la vista è spettacolare, ma anche un po’ spettrale: due anni fa un incendio ha devastato buona parte del Carso sloveno e italiano. La natura si sta lentamente riprendendo, ma dei pini neri rimangono solo i fusti carbonizzati.

Enogastronomia

Facciamo rotta verso sud e imbocchiamo una delle tante sterrate che attraversano questo territorio sospeso tra mare e montagne. Il terreno carsico, anche nelle strade off-road, è duro e aspro: non sono le strade forestali del tarvisiano in ghiaia sottile; qui il fondo argilloso è cosparso di rocce appuntite e taglienti, spesso più adatte a una MTB front che a una gravel, ma con cautela ci adattiamo presto a questa superficie.

Torniamo sul lato italiano e, da Medeazza, sembra quasi di toccare il mare. Trieste fa capolino nell’angolo del golfo: ci arriveremo dalle cosiddette alte. Ci sono, infatti, due modi per raggiungerla: la strada costiera, bella e panoramica ma decisamente trafficata, soprattutto per le biciclette, oppure le alte, così chiamate dai triestini, ovvero le strade che attraversano il Carso e i suoi paesini. Malchina, San Pelagio, Sales: ogni tanto una frasca segnala un’osmiza aperta, un locale tipico della provincia triestina dove gustare i prodotti locali, accompagnati da un bicchiere di Malvasia o Terrano.

Souvenir

Da Prosecco ci dirigiamo verso Opicina e saliamo ancora un po’ fino a Basovizza: non possiamo non fermarci a prendere una crema carsolina, molto simile ad una millefoglie, da Marc. Da qui sarà grossomodo tutta discesa, con ancora un po’ di sterrato sulla vecchia ferrovia che costeggia i fianchi della Val Rosandra, altro luogo sacro per gli scalatori triestini, dove una rockstar come Emilio Comici mosse i primi passi su roccia ormai cent’anni fa. Dalla Val Rosandra siamo costretti a tornare al traffico cittadino, che diventa sempre più intenso man mano che ci avviciniamo al centro e a quella che molti considerano la piazza più bella d’Italia, piazza Unità. Ci concediamo un meritato spritz al tramonto, dopo poco più di 330 chilometri in sella, prima di prendere il treno che in un paio d’ore ci riporterà a Tarvisio, punto di partenza del nostro viaggio.

Testi

Enrico Mosetti

Foto

Elisa Bessega

Hanno pedalato con noi

REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.

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