
Il centro, il cuore, il fulcro
Tra colline morbide, castelli e montagne che si stagliano all’orizzonte, il Canavese è una terra che invita a pedalare con curiosità e lentezza, seguendo il ritmo dei suoi paesaggi e delle sue storie.
Periodo consigliato
Mar - Nov
Dislivello Totale
4.730 m
Lunghezza totale
254 km
Durata
2/3 Giorni
È
Non è solo una tappa tra le Alpi e la pianura: è un luogo dove il paesaggio e l’ingegno si incontrano. Qui, dove la Dora Baltea scende impetuosa dalle montagne e la morena glaciale disegna un pendio perfetto, l’uomo ha imparato a convivere con la forza della natura e a trasformarla in energia, in architettura e in movimento. Città industriale e visionaria, culla di Olivetti e di un modo diverso di pensare il lavoro, è oggi Patrimonio UNESCO non solo per la sua storia, ma per la sua idea di futuro. Un futuro fatto di design, cultura e paesaggio. Forse è per questo che pedalare qui ha qualcosa di speciale: le strade sembrano raccontare storie, ogni curva ha un suo ritmo, e lo sguardo spazia tra l’arco alpino e la pianura piemontese. Insomma, questa è Ivrea. È una base perfetta per chi ama la bicicletta: da un lato le intense salite del Canavese, brevi o lunghe che siano, dall’altro i percorsi scorrevoli lungo i laghi morenici o verso le colline del Biellese. Due giorni, due itinerari diversi: uno più impegnativo, uno più dolce, entrambi immersi in un territorio che unisce natura e memoria storica, acqua e pietra, velocità e silenzio.


Ci sono partenze che somigliano a un rito. Lasciare Ivrea in bici è una di queste: alle spalle la città romana, tra storia e modernità razionale; davanti l’orizzonte che si increspa fino a toccare il granito del Gran Paradiso. La mente si perde tra le prime luci del mattino che si riflettono sulle vetrate delle fabbriche, il rumore lontano di un treno che attraversa un ponte e il mercato del venerdì che riempie di voci le strade. All’inizio il corpo non prende ancora il ritmo, le gambe cercano una cadenza, ma basta poco, una curva, un odore di bosco, e tutto si sistema.
La Dora Baltea rimane alle nostre spalle, mentre con le giuste accortezze il traffico si dissolve: abbandoniamo le strade più battute e ci immergiamo nelle piccole valli dietro Ivrea, dove la strada si allunga in un ritmo lento, quasi ipnotico. Il dislivello non manca fin dall’inizio e lungo le pendici cominciano ad apparire cascine isolate e campanili sparsi. Si sente finalmente l’odore di fieno e il rumore dell’acqua. Un saliscendi continuo ci conduce alla Valle dell’Orco, l’inizio della vera salita. Impercettibile all’inizio, la pendenza cresce e la pianura si spezza. L’ascesa comincia a imporre il proprio ritmo e in quel momento tutto cambia: il respiro si fa più profondo, la voce dei pensieri si affievolisce. Resta solo la strada.
Da Cuorgnè a Ceresole Reale il paesaggio si trasforma. I larici prendono il posto dei pioppi, il torrente Orco scorre accanto alla strada come un compagno instancabile, scavando gole, dando vita ad innumerevoli cascate e muovendo turbine. Ogni tornante è un passo dentro la montagna, ogni pedalata un ritorno alla semplicità del muoversi. Tra una curva e l’altra, capita di incontrare un marghè - ovvero un allevatore di bestiame che vive nelle valli alpine, come direbbero i piemontesi -, una mucca al pascolo, o un gruppo di ciclisti che scendono. Ci si saluta con un gesto rapido, quel tipo di solidarietà che solo chi condivide la stessa fatica conosce davvero.
Poi arriva lei, la vera protagonista: la salita al Colle del Nivolet. 20 chilometri di pura essenza ciclistica, una lingua d’asfalto serpeggiante sospesa tra laghi e pascoli che lasciano spazio alla roccia all’aumentare della quota. Le marmotte fanno da pubblico discreto, il vento taglia l’aria sottile e ogni curva apre un nuovo orizzonte, più vicino al cielo, più vicino al Paradiso. È una salita che chiede rispetto ma restituisce qualcosa di più raro: la sensazione di appartenere al paesaggio, di pedalare dentro la montagna stessa. Lo sguardo si perde tra i tornanti guadagnati con fatica e il colle che sembra non arrivare mai.
Giunti ai suoi 2.612 metri, resta solo il silenzio. Il rumore della ruota libera si confonde con il vento e il panorama si divide tra i laghi sottostanti e le montagne che li sovrastano. Fisicamente il colle non è null’altro che un cartello, ma la mente alla sua vista ne è ripagata: è la fine di una fatica, non la fine del viaggio, dopotutto siamo solamente a metà percorso.
Laggiù, la pianura torna a distendersi, e Ivrea appare come un pensiero remoto, ma vivo. Da lì partono le idee, qui arrivano le gambe, entrambe spinte dalla stessa forza: quella di volere raggiungere qualcosa di più alto. Ma basta parlare, inforchiamo le bici e affrontiamo gli oltre 2.000 metri di discesa, una carezza dopo lo sforzo: ogni curva è un ricordo da rivivere, ogni metro un ritorno alla realtà, più lucida e più intensa.


Oltre ad essere perfetta da un punto di vista logistico, Ivrea ci permette di fare ciò solitamente non si fa, una volta finita la giornata in sella: visitare la città. Siamo nell’età della digitalizzazione ed essere proprio nel posto dove tutto è iniziato con quel genio di Olivetti è un’occasione da non perdere. La sua presenza è ancora molto tangibile e trasforma le vie in un piccolo museo a cielo aperto, tanto che Ivrea fa parte della prestigiosa lista dei siti UNESCO come città industriale del XX secolo. Il tempo è quello che è, quindi decidiamo di posticipare alla prossima volta la visita al museo civico P.A. Garda e optare per un giro all’interno del Castello Sabaudo: l’ho visto così tante volte dall’autostrada che non possiamo farcelo scappare.
Il giorno seguente partiamo piano da Ivrea, lasciando dietro di noi il castello, le intricate vie del centro storico e le fabbriche silenziose. La città si dissolve, e davanti si alza la Serra, la lunga dorsale morenica che delimita il Canavese come un confine tra pianura e cielo. La luce del mattino taglia le ombre dei campi, scivola sull’asfalto ancora umido e accende il rosso dei tetti. Sono quei momenti in cui pedalare diventa un modo di osservare, non solo di muoversi.


La salita verso Andrate non è brutale, ma decisa. È la prima ed unica vera fatica del percorso, dove il paesaggio cambia voce: dai campi di pianura alle prime pietre alpine, dal rumore di fondo della città al respiro regolare del bosco. L’asfalto sale sinuoso, s’infila prima nell’area protetta dei laghi di Ivrea, poi tra castagni e muretti. La vista si apre ed è per noi il momento di fermarsi e assaporare il paesaggio. In alto, qualche casetta, un bar dove fermare il tempo con un caffè, e quella sensazione di essere già lontani pur essendo ancora vicini.
In cima, la Serra disegna una terrazza naturale, dove l’unico suono è quello del vento che soffia fresco dalle alte valli Aostane. Poi la strada si getta giù, immersa nei boschi. È una discesa morbida e intima: la luce filtra tra le fronde e l’odore del bosco accompagna ogni curva. I tornanti si susseguono fino a che la linea della Serra si abbassa al punto da cedere il passo alla collina e appare Piverone, placido, come un invito a fermarsi. Una panchina, una focaccia calda appena sfornata da quel forno scovato navigando col naso, una chiacchiera con qualcuno che ci chiede «Da dove arrivate?»: piccole cose che danno sapore e autenticità al nostro giro.
Da qui la strada scivola attraverso le vigne verso il lago di Viverone. L’acqua riflette il cielo e il tempo rallenta. È il punto più contemplativo del giro: il ritmo si fa fluido, le gambe girano leggere, e la linea d’asfalto costeggia il profilo dell’acqua. Una piccola barca increspa la superficie liscia, quasi perfetta, del lago e la luce si riflette nelle piccole onde. Tutto si mescola in un’armonia sottile, quella che solo certi giorni riescono a creare, quando il corpo è in sintonia con il paesaggio. Si pedala senza fretta, come se ogni metro fosse un invito a restare un po’ di più. Intanto il lago, con la sua calma antica, sembra voler raccontare qualcosa a chi ha il tempo, e il fiato, per ascoltare.


Da qua comincia la seconda parte, quella della pianura. L’anello si allarga, attraversa campi e qualche paese, con un paesaggio che si fa orizzontale. Ma l’orizzonte non è vuoto: davanti si alza, isolato, il Castello di Masino. Raggiungerlo è come inseguire un punto fisso nel disegno della pianura, una piccola vetta dentro il piano. Da lì torniamo verso Ivrea con la mente piena e il cuore calmo. Una pedalata senza eccessi, ma con tutto: salita, discesa, laghi, e un po’ di fatica. Riappaiono alla vista il castello, le case e poi il fiume, il cerchio si chiude: non solo quello del percorso, ma quello di un’esperienza che porta con sé qualcosa in più. Un giro che racchiude l’essenza del Canavese e di Ivrea, tra storia, natura e paesaggi.

Testi
Jacopo Chianale

Foto
Pierre Lucianaz
Hanno pedalato con noi
Rebecca Fruttero

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.
















