
La scelta dei pro
Scollinamenti oltre quota 2.000, cime innevate, valli verdissime e un centro senza pari per la cura del corpo dell’atleta: non si può volere nulla di più, che a Livigno non ci sia già.
Periodo consigliato
Giu - Set
Dislivello Totale
5.400 m
Lunghezza totale
205 km
Durata
2/3 Giorni
A
Livigno è la Mecca dei pro. Vi potrebbe capitare, arrivando, di dover sorpassare metà XDS Astana sul Foscagno: se portate una borraccia e qualche barretta, potreste quasi fare da ammiraglia. E una volta arrivati in città, sono un po’ dappertutto. Vedete le loro bici fuori dai bar, li incrociate per strada dall’alba al tramonto, scorgete le ammiraglie di fronte agli hotel. Per un momento, se non prestate troppa attenzione ai (comunque pochi) watt segnalati dal ciclocomputer, potreste pensare di essere finiti nel World Tour. Entrando in un noleggio di biciclette, per esempio, potreste incrociare Marco Frigo. Incontrato totalmente a caso, il bassanese sta preparando in altura il Giro di Polonia e poi la Vuelta a España. Ormai conosce le strade di Livigno a memoria: «La prima volta che venni quassù era il 2018, con la Nazionale preparammo il Mondiale junior di Innsbruck. Rispetto ad altri posti in cui le squadre vanno in ritiro, Livigno è molto più vivace e piena di cose da fare».


Che Livigno sia un posto fuori dal comune lo si capisce subito. Per raggiungerlo, innanzitutto, si devono fare passi di montagna oltre i 2.000 metri o superare uno stretto tunnel. È, inoltre, il comune più esteso della Lombardia: è grande più di due volte Brescia, per dire. A differenza di altri posti di montagna in Italia, Livigno è arci-italiana: ci sono le casette della Valtellina, un’ospitalità romagnola e le stesse possibilità di fare festa di Milano. Paradossalmente, è anche uno dei pochissimi posti d’Italia ad appartenere al bacino idrografico del Danubio. Il fiume che attraversa la valle di Livigno, l’Aquagranda (Spöl in tedesco), confluisce infatti nell’Inn, che a sua volta sfocia nel fiume di Vienna e Budapest.


Sul lago di Livigno, più comunemente noto come Lago del Gallo, è affacciata la prima meta, non ancora ciclistica. La nostra guida in terra livignasca, Tommaso, ci attende all’Aquagranda, uno dei centri benessere più grandi d’Europa, omonima al fiume. In realtà è difficile racchiuderla in un’unica etichetta: oltre a rilassarsi, sportivi di tutti i tipi vengono qui per allenarsi al massimo. Oltre ai ciclisti, «di recente sono venuti Gregorio Paltrinieri, Nicolò Martinenghi, l’argento olimpico nei 200 dorso a Parigi Apostolos Christou, il primatista del mondo Kristóf Milák, e tanti altri nuotatori» dice Tommaso. Nella piscina olimpionica notiamo una persona che nuota, sono le sei di sera: impossibile per noi ipotizzare chi sia, ma va talmente forte che qualcuno deve essere.
Difficile trovare un posto migliore dell’Aquagranda per prepararsi a una due giorni di fatiche in bici. Sali le scale e c’è un’esposizione di torce olimpiche, buona parte delle quali originali. Giri l’angolo e – in una teca – compare la bici usata in quella Roubaix da Sonny Colbrelli. Alzi lo sguardo e fuori, nel campo da calcio, si sta allenando la Cremonese, la prima squadra di Serie A che trascorre l’estate a Livigno. Se n’è appena andata Antonella Palmisano, a proposito di ori olimpici.
Poi si pedala anche. Un breve riscaldamento nella piana di Livigno e il Passo della Forcola è già lì che ci aspetta. Non è duro (circa 8 chilometri al 5% medio), ma scollina oltre quota 2.300. L’ultima volta che il Giro d’Italia transitò quassù era il 2010: Matthew Lloyd vinse un Gran Premio della Montagna tra metri di neve e cielo terso. Il Piccolo Tibet, come viene chiamato questo luogo di misteriosa bellezza, è una commistione unica tra prati verdi e rocce. I due professionisti incrociati sulla Forcola: Fausto Masnada e Luca Vergallito.
Una seconda colazione al Rifugio Tridentina, a gestione familiare ma di proprietà degli alpini, e siamo pronti per affrontare la discesa verso la Svizzera. Subito dopo la dogana, di cui rimane un edificio più o meno disabitato, comincia la seconda salita di giornata: il Passo del Bernina. Come i corridori del Giro del 1954, che intrapresero una sorta di protesta-sciopero contro l’organizzazione della corsa e salirono sul passo del trenino rosso al piccolo trotto, così anche noi gustiamo la valle svizzera con lentezza.
In cima c’è il panorama che solo le salite alpine oltre i 2.000 metri sanno offrire. Laghetto, albergo con ristorante all’interno di un tornante, casupole in pietra con finestre rosse come si usa in Svizzera, più ciclisti che auto e cime imbiancate tutto attorno. Mentre addentiamo un toast veloce, una professionista del team Visma-Lease a Bike sfreccia in discesa.


Altro professionista incrociato sul Bernina: il neo-campione italiano Filippo Conca, che sarà stato qui almeno 40 volte, ma comunque non può fare a meno di fotografare il lago, che a dispetto del nome (Bianco) è azzurrissimo. La discesa verso l’Engadina è piuttosto veloce. Nella dozzina di chilometri tra il Bernina e Pontresina, una volta Jan Christen ha fatto i 73 di media. Anche a noi, che non disdegniamo l’uso dei freni, viene voglia di mollare tutto e lanciarci giù. Lungo la discesa, poco dopo Diavolezza, si vede distintamente volare un’aquila reale o un gipeto. Proprio mentre cerchiamo di capire di quale dei due animali si tratti, ecco Mattia Cattaneo che risale in senso opposto al nostro. Urliamo GRANDE CATTA ma con ogni probabilità quell’incitamento l’ha sentito solo il vento.
L’Engadina che comincia a Celerina e accompagna il corso dell’Inn – Samedan, Madulain, fino a Zernez – non è indimenticabile. Abbiamo, però, incrociato una sorta di esercitazione delle frecce tricolori engadinesi, e anche il circo: entrambe le cose non molto diverse dai corrispettivi italiani. Strada in leggera discesa e vento leggermente a favore fanno sì che, con un filo di gas, si superino facilmente i 42 all’ora.


Una cinquantina di chilometri dopo la cima del Bernina non abbiamo ancora tolto il padellone all’anteriore. Dilapidati circa 800 metri di dislivello in un amen, una nuova salita ci attende. Tommaso avvisa scherzoso: «Se continuiamo a questa velocità e seguiamo il fiume, arriviamo a Innsbruck in tre, massimo quattro ore». Invece a Zernez si svolta a destra e comincia, neanche troppo gentile, il Passo del Forno. Anche noto come Ofenpass in tedesco o Pass dal Fuorn in romancio, è il posto in cui è stato avvistato il primo orso bruno in Svizzera dopo oltre 80 anni. Ci spieghiamo così la statua in legno di un orso, proprio alla base della salita.
Una delle attività che preferiamo lungo la salita del Forno – anche questo nome non la conta giusta: non fa poi così caldo, nemmeno d’estate – è guardare giù, oltre il guardrail, verso la profonda gola scavata dal torrente Aquagranda/Spöl. A metà salita circa, in località Punt La Drossa, il tunnel Munt La Schera è il modo più semplice per tornare a Livigno. Non è permesso il transito in sella, ma ogni ora uno shuttle carica e scarica bici di tutti i tipi. Curioso ma divertente modo di attraversare nuovamente la frontiera, pensiamo mentre saliamo anche noi.


Il tunnel è corto, poco più di tre chilometri, e in un attimo siamo di là. Si compare nuovamente a Livigno, più precisamente sulla diga del Punt dal Gall. Costruito negli anni ’60, questo sbarramento ad arco serve tuttora per scopi energetici, e anche a noi ciclisti regala qualche fatica in meno. Da qui fino al centro di Livigno, infatti, è tutta piatta, attraverso le gallerie. Mitiche e al contempo famigerate, sulla sponda ovest del lago di Livigno, sono croce e delizia per chi pedala qui. Se fa brutto tempo, àncora di salvataggio dai rulli. Se fa brutto tempo per alcuni giorni di fila, è un attimo che si passano ore intere a fare avanti e indietro qui dentro.
Le gallerie, percorse come fossimo al Trofeo Baracchi, ci permettono un lusso mica da poco: poter tornare all’Aquagranda. Non prima, però, di una birra alla tripleda nel birrificio più alto d’Europa: si chiama 1816, la quota a cui sorge Livigno, e il suo pezzo forte è questa meraviglia di bevanda, insaporita dalla spezia tipica di Grosio (la tripleda, appunto, fatta con cipolla e vino rosso, usata sulle carni ma anche sui pizzoccheri) che è la fine del mondo. E poi a letto presto che domani c’è la tappa regina.
Si comincia con gallerie e tunnel al contrario. Tra persone in canoa sul lago e ragazzi della C.C. Canturino in ritiro, siamo in ottima compagnia a faticare fin dal primo mattino. Un grande classico per chi parte da Livigno è sapere a memoria che il bike shuttle va verso la Svizzera ogni ora ai 45: per cui se partiamo ai 15 dal Livì Hotel, sì, dovremmo farcela. Ritroviamo il Passo del Forno dove lo avevamo lasciato ieri, e il finale per fortuna è piuttosto agevole. In cima ci intratteniamo a fare due chiacchiere con cicloviaggiatori che provengono dalla Germania e sono diretti a Napoli: «Non stiamo facendo il percorso più breve», dicono con un gran sorriso.
La discesa su Tschierv è veloce e con asfalto perfetto. Qui, in una frazione di circa 200 persone, sono nati i fratelli Dario e Gianluca Cologna, due dei più forti sciatori di fondo elvetici. Discendere la Val Müstair fino a Santa Maria e attaccare subito l’Umbrail sarebbe la scelta più furba da fare, ma noi proseguiamo qualche centinaio di metri pur di fare un selfie stupido in un punto leggendario del Giro d’Italia. Un cartello stradale blu, infatti, è il punto preciso in cui si fermò Tom Dumoulin per fare la cacca durante la sedicesima tappa del Giro del 2017, prima di salire verso l’Umbrail.


Dei tre versanti dello Stelvio, questo è il meno lungo ma il più duro. La pendenza media dell’8,6% rende difficile separarsi dal rapporto più leggero possibile delle nostre Dogma. Una versione più antiquata di questa stessa bici fu usata da Mikel Landa per vincere il GPM quel giorno, tra due ali di folla e tanta neve. Ma quella giornata è ricordata anche per il salto con cui Vincenzo Nibali evitò di bagnare le ruote in discesa verso Bormio, una prodezza ai limiti della fisica.
Noi ce la prendiamo molto più tranquilla in discesa, anche perché dobbiamo tornare su verso Livigno. È il rientro classico: poco prima di entrare a Bormio, svolta a destra verso Premadio, Valdidentro e poi su per il Foscagno.


Era il novembre 1952 quando, per la prima volta nella storia, un gruppo di persone riuscì a liberare dalla neve la Statale 301, tra la frazione di Semogo e il Passo del Foscagno. Cinque giorni furono impiegati per risalire quella dozzina di chilometri: una squadra di lavoratori, guidata da Gian Vittorio Vittadini e Rocco Silvestri, lavorò giorno e notte in condizioni tremende, tra ghiaccio e neve, per sgomberare la strada. Il livignasco Silvestri fu peraltro autore di uno sgombero di neve piuttosto importante per il ciclismo: nel 1960 rese praticabile la strada del Passo Gavia e possibile il transito del Giro d’Italia. Fu la grande giornata a metà di Imerio Massignan.
La mia intenzione, stanco come sono, sarebbe quella di metterci nuovamente cinque giorni a risalire il Foscagno. Con Tommaso riusciamo a farci forza a vicenda, sognando un’altra tripleda. Ci ridà vitalità il fermento che notiamo tra gli abitanti di una frazioncina, Arnoga, per il passaggio del tosaerba lungo la strada: una bicicletta, la salita, e ciò che ci accade attorno. Ci basta poco per essere felici.


Superati i 2.000 metri di quota, il paesaggio del Foscagno si apre e diventa stupendo. I tornanti che scendono verso Trepalle, in una piccola valle fatta di alpeggi e baite di legno, offrono un gran panorama. Tra le poche cose che ho letto su Livigno e dintorni, prima di partire per pedalarvi, un racconto su un vecchio prete di Trepalle (la frazione sul Passo Eira) fa così: «Forse il Signore è più vicino ai montanari di quanto sia agli uomini della pianura, capisce tante cose difficili ed è indulgente con i sacerdoti delle valli solitarie, che hanno cura di anime altrettanto difficili».
Salutati gli agricoltori che rastrellano l’erba sull’Eira, più o meno nel punto in cui Jack Burke ha attaccato per vincere l’ultima Granfondo Livigno Alè, decidiamo che sì, vogliamo proprio farci del male, e saliamo quindi verso il Mottolino. Come sul Carosello dall’altra parte di Livigno, qui d’inverno si scia e d’estate sempre più bici da corsa vogliono arrivare ai quasi 2.400 metri dell’arrivo del Giro d’Italia 2024. Le ultime rampe al 20% ci convincono che sarà proprio il caso di tornare all’Aquagranda anche stasera. Certo, pedalare a Livigno è una faticaccia, ma qualcuno dovrà pur farlo.

Testi
Michele Pelacci

Foto
Nicola Damonte
Hanno pedalato con noi
Tommaso Barbarisi
REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI


Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.


















