Oltrepò Express

Un viaggio ciclistico da Pavia attraverso colline, borghi storici e tradizioni enogastronomiche, dove ogni salita è una storia contadina e ogni discesa una tradizione.

Periodo consigliato

Gen - Dic

Dislivello Totale

2.430 m

Lunghezza totale

207 km

Durata

2/3 Giorni

P

ioviggina e sembra quasi dicembre. Tutt’altro che il meteo ideale per pedalare, ma corrisponde esattamente a quello che immagino, quando penso all’autunno in Pianura Padana. Pochi metri lastricati e bagnatissimi, da percorrere con attenzione, ci conducono al primo ponte. Ci lasciamo alle spalle Pavia sui lunghi rettilinei pianeggianti che caratterizzano i primi 50 chilometri del nostro itinerario. Si supera anche il secondo ponte, quello sul Po. Non c’è bisogno di avere fretta di inerpicarsi sulle colline, perché qui le gemme più belle sono quelle nascoste tra i faggi e le risaie.

Oltrepò Express

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Intro

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Giorno 1

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Giorno 2

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Con quell’eleganza distinta di chi non vuole apparire, ma farsi notare solo da chi ha buon occhio: sto parlando del Castello di San Gaudenzio, peraltro patrono della mia città. Un luogo nato come maniero di difesa, ma dove oggi si accolgono ospiti e si celebra il bello. All’interno delle sue mura non è difficile parlare di ciclismo, soprattutto nel ristorante, dove chef e maître condividono con me la passione per la cucina e quella per il gravel. Ci sentiamo fin troppo a casa, e infatti accumuliamo subito più di un’ora di ritardo sulla tabella di marcia.

Curiosità

Ripartiamo passando a tutta velocità all’esterno di Voghera fino ad imboccare la Greenway, ovvero l’ex ferrovia asfaltata e adibita a ciclabile. Ogni volta che ne percorro una penso a come sarebbe se fossero tutte così, le vecchie ferrovie. Decidiamo che è troppo bella per menare duro. Poco dopo compare Rivanazzano Terme, il posto che non ti aspetti, letteralmente. Qui la ricerca del petrolio ha dato frutti inattesi, deludendo le aziende di carburanti ma regalando ai residenti un’opportunità. Quella di estrarre un liquido molto più utile all’essere umano, l’acqua, per giunta ricca in composti minerali estremamente preziosi per la salute. Così, con un esempio di rara coesione, 132 rivazzanesi hanno cominciato a lavorare per dare vita al loro desiderio di rivalsa. Ne è nata una realtà, unica in Europa, dove sgorgano contemporaneamente due tipologie di acque termali, salsobromoiodica e sulfurea, con una fonte a più di 300 metri di profondità e l’altra a circa 12. C’è chi giura di averci immerso i piedi dopo il lungo del sabato ed essere tornato a casa con le gambe di Pogačar. Esagerazioni? Forse, ma il profumo di zolfo e la quiete del parco fanno miracoli anche solo alla mente.

Ci rimettiamo sulla rotta e cominciamo a risalire dolcemente il paesaggio collinare: il tratto ciclabile sarebbe a traffico promiscuo, ma la realtà è che non incontriamo auto, solo gente a cavallo e piccole bancarelle di uva e mandorle. La Greenway da Salice Terme in poi è uno spettacolo: si risale la valle Staffora sulla sinistra del torrente omonimo, mentre sullo sfondo compaiono fitti boschi e aria buona, di quella che è un piacere respirare. Quel 3% di pendenza, tutto d’un tratto, mi sembra più ostico, di sicuro non ho una crisi di fame. Ho forato. Impreco. Dovevamo essere al ristorante due ore fa. Per fortuna il Caccino ha provveduto a portare più camere d’aria di un’ammiraglia. Sfrutto la pompa di una delle tante stazioni verdi di assistenza meccanica ed eccoci di nuovo in sella, con quel grasso sulle mani tipico di ogni ciclista in viaggio. Grasso che, pochi minuti dopo, diventa quello molto più nobile del salame di Varzi.

In questo borgo medievale il tempo sembra essersi fermato, ma non la produzione di insaccati. Sotto ai portici, ognuno ha la propria cantina per il vino, ma anche un’altra con appesi i salami, testimoni di questa nobile arte tramandata di padre in figlio. Ingredienti di prima qualità e il clima della valle contribuiscono a creare un prodotto unico. Non portatevi le barrette energetiche e fermatevi ad assaggiarne qualche fetta, rigorosamente accompagnata da Bonarda frizzante. Uno riempie la gamba, l’altra dona l’estro che serve per affrontare la prima vera salita di questo tour, quella che ci porterà nel punto più alto, a quota 750 metri.

In questo territorio si percepiscono calma e ritmi lenti, di quelli che in città tendiamo a dimenticare.

Il paesaggio cambia ed entriamo in un bellissimo bosco di querce, che in questa stagione promette porcini da record. In questo territorio si percepiscono calma e ritmi lenti, di quelli che in città tendiamo a dimenticare. Poi, tra una curva e l’altra, eccoci alla diga del Molato: le biciclette rallentano, quasi per rispetto di un’opera così imponente. Si respira aria di confine, e non solo in senso poetico: si passa dalla provincia di Pavia a quella di Piacenza, dalla Lombardia all’Emilia-Romagna, poco dopo sarà il contrario. Come se il percorso fosse un gioco di scacchi tra regioni. C’è chi dice che il vino cambia sapore appena superi il cartello, e chi siamo noi per non provarlo?

È ormai tardo pomeriggio e a noi mancano una decina di chilometri con più discesa che salita. È l’ora più bella della giornata e anche il sole sembra essersene accorto, illuminando le colline con dei contrasti di colore ai quali non ci si può, non ci si deve, abituare. Capisco subito che sarà una bella serata quando, arrivati all’agriturismo in cui pernotteremo, prima del documento per il check-in, ci viene chiesto se vogliamo fare una degustazione. Entro velocemente in doccia, perché non vedo l’ora di uscire di nuovo a scoprire qualcosa del posto in cui mi trovo, di parlare con le persone.

Negli anni ho anche imparato che quando all’ingresso del paese vedo il cartello rosso con scritto borghi più belli d’Italia è necessario fermarsi. Il consiglio, dunque, è quello di passare una serata a Golferenzo: la parte storica è stata interamente ristrutturata, dando origine ad un albergo diffuso di quelli che non capisci se sei in Provenza o dove. Sassi ruvidi come i palmi delle mani di chi, da queste parti, ha dedicato la propria vita ad accudire la terra. Si respira buon gusto e il profumo dei camini pare incenso. O forse sarà il barbecue acceso fuori dalla Corte del Lupo, proprio nella parte alta del paese, un luogo dove assaporare piatti che fanno bene prima di tutto all’anima. Pisarei e faśö: farina e pangrattato formano degli gnocchetti conditi con sugo di fagioli, pomodori, lardo e cotiche. Prendete gli ingredienti con le pinze, perché ogni nonna, giustamente, racconterà che la sua ricetta è quella giusta. Intanto una buona bottiglia di Buttafuoco è quello che ci vuole per dimenticare la stanchezza e dormire dritti e filati fino alla sveglia.

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Il secondo giorno parte con un sole che sembra sorto per la prima volta, tanto è intenso. Accarezziamo il dorso dei runch (o ronch, come chiamano le colline da queste parti) ancora un po’ assonnati. I dintorni di Santa Maria della Versa sono il palcoscenico perfetto per il gran finale. Siamo sulle strade che hanno ispirato e dato i natali a Gianni Brera, che ha definito questa terra «la provincia a grappolo d’uva», non di certo solo per la sua forma triangolare. Siamo arrivati nella zona dei vigneti: si arrampicano così testardi che per coltivarli servono gambe forti e tenacia, caratteristiche che, con il giusto rispetto, servono anche a noi ciclisti. Quando pedalo nelle zone del vino, adoro provare a sentire come cambia la temperatura in base all’esposizione del terreno su cui mi trovo, giocando ad immaginare che influenze avrà sugli aromi nel bicchiere.

Enogastronomia

Buona parte della vendemmia, a metà settembre, è già in cantina. Se ci passate in quel periodo, prendete fiato e annusate con attenzione: il mosto in fermentazione è profumatissimo. Tant’è che poco dopo ci sembra irrefrenabile il desiderio di assaggiare qualcosa di buono. Se ieri le barrette erano superflue, oggi lo diventa la borraccia. Ve l’ho già detto che questa zona è la terza al mondo per produzione di Pinot Nero? La prima è quella della Borgogna e la seconda quella dello Champagne, giusto per dire. Ci fermiamo alla cantina Giorgi, poco prima della salita verso Canneto Pavese, senza nemmeno che il Garmin ci dica che siamo fuori rotta. Qui si assaggiano, su tutti, sapienti interpretazioni del Classese. Si chiama così lo spumante da queste parti, proprio quello che mancava per creare un nome identitario che rimanesse nei ricordi del consumatore, come Franciacorta, Alta Langa e lo stesso Champagne.

Non preoccupatevi se vi ritroverete con dieci battiti di troppo: due strappetti e il vino sarà metabolizzato, rimanendone solo il sapido ricordo. C’è traffico solo nel fondovalle, sopra, invece, sembra una granfondo: «Da noi mica c’è tutta sta gente in bici!», ci diciamo. Ancora poche, sinuose curve, ed ecco svelato il perché. La vista sull’arco alpino, dominata dal massiccio del Monte Rosa, è qualcosa da fotografare per forza. È esattamente come quella cornice che rende il quadro perfetto.

Souvenir

L’Oltrepò Pavese ci piace un sacco. Quella terra che alcuni milanesi snob chiamano la Toscana low cost ma che gli inglesi, secondo il Guardian, hanno scoperto prima di noi. Prima di scendere vale la pena soffermarsi ancora un attimo, quasi malinconico, e bere l’ultimo caffè a Fortunago, un altro borgo tra i più belli d’Italia. E poi giù a fionda verso la pianura, per rientrare a Pavia stanchi, felici e forse un po’ più saggi. Sicuramente non più magri, ma con la certezza che l’Oltrepò non è solo un luogo, è uno stato mentale, una filosofia di vita lenta. Forse perché internet non prende abbastanza bene per attirare superflui influencer e turismo di massa. In fondo, è per questo che ci piace tanto. Perché è un ambiente vero, con gente di una volta, che coltiva terra e piacere. Che, senza dirlo, sa di aver capito davvero come poter vivere bene. E sì, si può anche pedalare un po’.

Testi

Paolo Dellavesa

Foto

Paolo Penni Martelli

Hanno pedalato con noi

Davide Caccia

REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.

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Esce una volta all’anno, ci lavoriamo quasi tutti i giorni. Destinations è un progetto vivo, che ci porta in giro per l’Italia in bicicletta, che ci aiuta a scoprire luoghi e punti di vista.

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