Presente remoto

Orizzonti sconfinati e una varietà paesaggistica sorprendente, che va al di là dello spazio e del tempo, tra boschi, rocce antropomorfe e distese di calanchi.

Periodo consigliato

Gen - Dic

Dislivello Totale

7.420 m

Lunghezza totale

359 km

Durata

5/7 Giorni

L

a signora beve vino? Questo mi chiede il cameriere di una trattoria a conduzione familiare a Grottole, mentre porta a tavola due bicchieri da vino, nonostante siamo in tre: io, Simon e Antonio. Chissà perché ha pensato che avrei sicuramente declinato, forse dovrei spiegargli che il soprannome di mio nonno materno era vignaruòl’ (vignaiolo). Lo rassicuro dicendo che lo bevo volentieri, mentre prendo una fetta di pane con una generosa quantità di peperoncino sottolio.

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Intro

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Giorno 5

Quello è piccante, signora. Ci risiamo. Non c’è problema, lo tollero piuttosto bene. Anche questa è un’abilità che ho ereditato da nonno Antonio: appena mi sedevo a tavola estraeva il coltellino dalla tasca della giacca, sezionava ù diavulicchië e condiva il mio piatto con la parte meno piccante, mentre il resto della capsaicina finiva nel suo. Un’abitudine che lo ha fatto vivere in piena salute fino a 92 anni.

Attraversiamo crocevia dell’antichità, strade che oggi sono le rotte della transumanza, concedendoci qualche deviazione sullo sterrato per scoprire dove portano queste tracce senza nome e vedere tutto con gli occhi di chi lavora la terra.

Che un ragazzo di ventisette anni abbia avuto questa premura nei miei confronti mi fa sorridere, e la accolgo per quella che è, cioè una forma d’attenzione, scartando l’idea che spingerebbe qualsiasi membro della generazione zeta a denunciarla come una grave discriminazione sessista. Mi guardo intorno e tutto quadra, in questo posto pieno di orpelli e dettagli che lo fanno sembrare più una casa, che un ristorante: mentre lui parla, noto un meraviglioso televisore degli anni ’70 con il piedistallo a calice e la pulsantiera meccanica frontale.

Enogastronomia

La magia della Basilicata in bicicletta passa anche attraverso questa capacità di soddisfare il più attuale dei lussi: concedersi il tempo di assorbirla ed entrare in sintonia con le sue contraddizioni. La sua unicità sta nello spazio sconfinato tra le case e le cose; i borghi si snocciolano come i grani di un rosario in cui ci sono più Padre Nostro che Ave Maria, anche se è una terra piena di culti mariani e venerazioni declinate al femminile. La Basilicata non si invade, si attraversa con attenzione.

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Decidiamo di partire da Potenza nel pomeriggio. Queste strade sono state la mia palestra, è qui che ho imparato a pedalare, a soffrire, a gestire le mie energie. Non ho contato le volte che le ho percorse, ma per me disegnano sempre i confini del luogo più sorprendente che ci sia. Anche se la tappa sarà piuttosto breve, vogliamo goderci ogni momento e quindi non rinunciamo al rituale del pezzo di focaccia del forno e al caffè del bar di Vaglio. Giriamo tra i vicoli e ci imbattiamo in una installazione di stiavucc (strofinacci) appesi tra i balconi, ricamati con proverbi e ricette: un lessico minimo di comunità. Puntiamo verso la chiesetta di Rossano, lì c’è acqua fresca in quantità. Sullo sfondo Acerenza e decine di pale eoliche, l’orizzonte sembra un Golgota senza fine che ci accompagna fino a Oppido Lucano. Avremmo voluto visitare il velodromo, ma è chiuso per lavori. Ci siamo sempre chiesti il perché di questo impianto in un paese così piccolo e pieno di sorprese (qui c’è la Cineteca Lucana, una delle collezioni di pellicole originali, locandine e macchine da presa d’epoca più preziose d’Europa). Vorrà dire che ci fermeremo a salutare un nostro amico apicoltore e ci riposeremo.

Questa terra è un videogioco che si guarda attraverso lo schermo delle televisioni dal design modernista della fine degli anni ’70, proprio come quella della trattoria di Grottole. E infatti la tappa successiva è un altro quadro. Le distese di grano tra Genzano e Irsina hanno la magica capacità di trasformarsi in ogni stagione, e in questo periodo i campi si spogliano per mostrare i propri confini e dichiarare la loro appartenenza a un proprietario. Adoriamo queste strade, sembrano fatte apposta per la gravel: tratturi battuti dai mezzi agricoli e asfalti che si sbriciolano sotto l’effetto del tempo. Pedaliamo indisturbati tra le colline pettinate e noto che hanno lo stesso colore dei taralli che porto in borsa per placare la fame, mentre nei saliscendi il canto del mozzo risponde al frinire delle cicale.

Curiosità

So esattamente dove siamo diretti, ma poche cose mi emozionano come il paesaggio che avvolge il Castello di Monteserico, un territorio ridisegnato dalla riforma agraria degli anni ’50 in cui il progressivo abbandono delle case coloniche ha prodotto uno scenario più unico che raro. D’estate tutto assume lo stesso colore del maniero, un cubo che galleggia sulle colline trapuntate di tante piccole costruzioni vuote. Se non fosse per la polvere sollevata dai mezzi agricoli non avremmo nessun riferimento cronologico, ma qui nessun calendario religioso ferma il ritmo della terra.

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Affrontiamo la salita al castello per dominare questa vista, curiosiamo nella minuscola chiesetta dedicata alla Madonna di Genzano, dove la porta è sempre aperta. Sono completamente stregata, forse sono vittima di un affascino (un’arcaica forma di magia bianca che serve a scongiurare il malocchio) al contrario. Per me questa è una storia da scrivere, non da dimenticare.

Ripartiamo per guadagnare tutta la quota che c’è da guadagnare per conquistare Irsina, che con la sua architettura mi ricorda Minas Tirith de Il Signore degli Anelli. La Cattedrale custodisce un tesoro che non sono ancora riuscita a scoprire: una statua di Sant’Eufemia attribuita a Mantegna. Mannaggialamiseria, ci arrivo sempre all’ora di pranzo, quando il prete sta mangiando un bel piatto di strascinati, o al massimo lo sta digerendo. L’arrivo nei paesi alla controra è una capacità di cui vado molto fiera, mi capita in ogni singolo viaggio in bici. Per fortuna la traccia segue la vecchia statale che collegava Tolve con Bari, la SS96. Il Bar Commercio è aperto, il bancone è ancora quello del 1952, così come i tre fratelli che lo gestiscono (erano in sette); a occhio e croce il più giovane avrà settant’anni. Mentre ci rinfreschiamo e curiosiamo in giro, ci raccontano che, quando quella strada era l’unico collegamento, il bar era sempre pieno, aperto giorno e notte per accogliere i viandanti. È un pezzo di storia che resiste, con la stessa decisione e malinconia che vedo disegnata sulle sopracciglia della signora Angela.

La SS96 è praticamente una ciclabile, scende sinuosa in mezzo al paesaggio rurale; laudate siano le bretelle a scorrimento veloce, perché ci lasciano lo spazio per pedalare su strade deserte e silenziose. L’obiettivo è raggiungere Grottole quando anche il cielo cambia colore, per goderci la Chiesa Diruta al tramonto. Questa cattedrale senza tetto è il simbolo del paese: tre pareti e un foro grande come l’occhio di un ciclope che non smette mai di guardare la volta celeste. Indugiamo fino all’ultimo raggio di sole, una doccia e poi a cena. Ma questa è una storia già nota.

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Per affrontare la tappa più lunga e impegnativa del viaggio, iniziamo la giornata alle sette con un panzerotto ancora caldo. In 92 chilometri e 2.200 metri di dislivello percorreremo ogni genere di fondo stradale e sfoglieremo quasi tutte le pagine di questo assurdo libro di fotografie che è la Basilicata: le colline, i calanchi, i boschi e le Dolomiti Lucane. Da poco ho scoperto che il territorio lucano è un grosso casino geologico, che poi è il motivo della sua incredibile varietà paesaggistica; chissà se in qualche modo questo ha influito anche sulle lingue che popolano i 131 comuni lucani: sono almeno 140, tra dialetti, inflessioni e cadenze. Questa terra è un coro che cambia registro a ogni curva.

Souvenir

Ci godiamo il panorama sulla valle del Basento prima di risalire a Montagnola di Salandra, l’ultimo avamposto di civiltà: per 40 chilometri saremo completamente immersi nel mistico oceano color sabbia dei calanchi. Per noi è un parco giochi gratuito da attraversare con rispetto e attenzione: le formazioni argillose ricordano le gobbe dei dromedari e le rughe che solcano l’epidermide dell’elefante. Anche se non sappiamo com’è, ci sembra di stare sulla Luna. Attraversiamo crocevia dell’antichità, strade che oggi sono le rotte della transumanza, concedendoci qualche deviazione sullo sterrato per scoprire dove portano queste tracce senza nome e vedere tutto con gli occhi di chi lavora la terra. Non resistiamo alla tentazione di arrampicarci sulle balle di fieno geometriche e ordinate, anche se dobbiamo ancora affrontare parecchio dislivello.

La magia della Basilicata in bicicletta passa anche attraverso questa capacità di soddisfare il più attuale dei lussi: concedersi il tempo di assorbirla ed entrare in sintonia con le sue contraddizioni.

Nei saliscendi appare e scompare Craco, il paese fantasma che non spaventa, ma domina questo mare senz’acqua. Raggiungiamo San Mauro Forte, il paese dei campanacci che ha resistito all’assalto dei briganti. Ci accolgono tre arzillissimi ultrasettantenni: ci sentiamo importanti, forse perché uno di loro non smette di fotografarci con la sua reflex. Mentre insieme scaliamo gli 84 gradini della torre con agilità e senza nessun affanno, ci raccontano una tale quantità di iniziative, di cui sono promotori, da fare invidia ai loro nipoti metropolitani. Naturalmente scopriamo di conoscerci un po’ tutti, per motivi diversi. Se è vero che al mondo esistono sei gradi di separazione, qui scendono drasticamente a due, massimo tre.

Più di dieci anni di viaggi, esplorazioni e sopralluoghi in Basilicata mi hanno regalato la possibilità di entrare in contatto con tutta una serie di presìdi viventi e realtà sconosciute che io chiamo centri stoici. Il quadro successivo del videogame nel presente remoto è la foresta incantata di Gallipoli Cognato, teatro naturale del Maggio di Accettura, uno dei riti arborei più sentiti della Basilicata. La strada fino a Pietrapertosa è ancora lunga e presenta il tratto off-road più impegnativo del viaggio; mi distraggo pregustando l’arrivo a quota 1.000 metri: una birra ghiacciata e un piatto di peperoni cruschi (che poi sarebbero le chips lucane) sono l’unica e potente forma di doping che conosco.

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Facciamo tappa in questa bellissima roccaforte saracena. Anche se la conosciamo bene, prima di ripartire, ci perdiamo tra le vie strette dove le case si fondono nella roccia, avvinghiate come se la nostra atavica discrezione ci imponesse di non allargarci troppo. Mentre ci fermiamo ad ammirare la normanna Castelmezzano, l’altra faccia delle Dolomiti Lucane, riconosciamo il suono del Volo dell’Angelo, la zip line con cui si può volare tra i due borghi. Per raggiungere Castelmezzano dobbiamo percorrere una delle strade più incantevoli che abbia mai pedalato: una provinciale chiusa al traffico che si insinua tra le rupi, come artigli protesi verso le nuvole. Proviamo a immedesimarci nello stupore di chi arriva qui per la prima volta.

Proseguiamo attraverso i boschi e saliamo ancora di quota; dopo il Valico di Sella Lata lasciamo che le nostre ruote scorrano fluide attraverso Laurenzana sulla SS92 dell’Appennino meridionale. Ci stiamo riavvicinando a casa, conosciamo ogni metro di questa statale dal nome romantico: se la percorressimo a ritroso arriveremmo a Potenza, al chilometro zero. Ma ci siamo creati un alibi per pedalare un giorno in più: dobbiamo piegare a ovest, verso Calvello, per andare a vedere come stanno il Volturino e la Montagna di Viggiano. La nostra meta è Marsico Nuovo, nell’Alta Valle dell’Agri: da Piana del Lago in poi si scende, è arrivato il momento di gustarci la cena a cui abbiamo pensato per tutto il giorno.

Il viaggio in bici dilata i confini del tempo e lascia il retrogusto di questa terra amara e dolce, discreta e abbondante, lontana e vicina.
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La mattina successiva affrontiamo il percorso sapendo che siamo vicini alla fine, le gambe girano per questi ultimi 50 chilometri. Sarà la centesima volta che li percorriamo: Pergola, Sasso di Castalda, le faggete, la fonte di San Michele e l’ultima salita, lunga e panoramica. Manca solo la discesa nella foresta ombrosa di Fossa Cupa, con le sorgenti del Basento, poi il rientro è quello delle uscite in bici intorno a Potenza. Per sentirci ancora un po’ turisti facciamo un giro nella pancia del Ponte Musmeci, l’infrastruttura sperimentale simbolo della nostra città. Siamo a casa, ma il viaggio in bici dilata i confini del tempo e lascia il retrogusto di questa terra amara e dolce, discreta e abbondante, lontana e vicina. Pedalando cerco di starle dietro, ma so già che avrà sempre una sorpresa in serbo per me.

Testi

Manuela Lapenta

Foto

Antonio Caggiano

Hanno pedalato con noi

Simon Laurenzana

REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.

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