Sulle tracce del Tour

Les Deux Alpes e le circostanti salite sono il posto migliore per ricalcare le orme dei campioni più famosi, per ricordare le tappe più celebri della storia del ciclismo.

Periodo consigliato

Giu - Set

Dislivello Totale

7.260 m

Lunghezza totale

240 km

Durata

2/5 Giorni

L

a sera prima di una trasferta ciclistica a Les Deux Alpes c’è solo una cosa da fare. Cancellare tutti gli impegni, mangiare e bere con moderazione, stravaccarsi sul divano per guardare quella tappa del Tour de France ’98. È tutto perfetto perché non c’è quasi niente di perfetto. La pioggia e il freddo tormentano corridori e operatori televisivi, le immagini vanno e vengono, fino a tre quarti di Galibier: l’eroe di quel giorno non sembrava stare nemmeno particolarmente bene. Poi, ed è forse il suo scatto più famoso, Marco Pantani attacca.

Sulle tracce del Tour

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Quella giornata è ricordata per tante cose. L’estetica di Pantani è leggendaria, metà giallo (montatura degli occhiali, scarpe, copertoni, sellino) e metà azzurro (bandana, nastro sul manubrio). La telecronaca di Adriano De Zan contiene alcune delle frasi più famose: «Ha fatto il vuoto Pantani», «Signori, quando questo ragazzo scatta, non c’è niente da fare», «La regia avrebbe avuto bisogno di un tempo splendido per mostrarci il dramma di Ullrich e il trionfo di Pantani».

La sera prima di una trasferta ciclistica a Les Deux Alpes c’è solo una cosa da fare. Cancellare tutti gli impegni, mangiare e bere con moderazione, stravaccarsi sul divano per guardare quella tappa del Tour de France ’98.

Della salita finale verso Les Deux Alpes non si vede quasi nulla. Pantani è nel gruppo di testa con Massi, Rinero, Serrano ed Escartin, mentre Ullrich fora nel gruppo successivo. Fin dai primissimi tornanti, i compagni di fuga capitolano uno a uno. Le riprese frontali dell’arrivo, sgranate dalla pioggia e dai fari delle auto, potrebbero provenire da Blade Runner. Non si vede granché del luogo di arrivo, il che non può che far venire ancora più voglia di andarle a scoprire, queste “due Alpi”.

Una sera di agosto, quindi, dopo il trentesimo rewatch di quella tappa del Tour ’98, siamo partiti in direzione Les Deux Alpes. Non è poi così lontano dal confine italiano: circa un’ora e mezza da Cesana Torinese. Si chiama così, “due Alpi”, perché è un altipiano che sovrasta sia Mont-de-Lans (versante nord, l’unico asfaltato) sia Vénosc (versante sud, lungo il torrente Vénéon). Secoli addietro, quando la neve rendeva impossibile raggiungere Les Deux Alpes per tutto l’anno, questa era considerata “l’Alpe” per entrambi i paesini. Due Alpi, dunque.

Appena arriviamo all’albergo La Belle Etoile, Michel, Enrica e Marco ci accolgono a braccia aperte. È grazie a loro se l’hotel è il posto perfetto come base per una due giorni, ma non solo: mentre Erica e Michel si occupano della sua gestione, Marco, invece, prepara dolci da capogiro per gli ospiti. Dopo averci mostrato camere e piscina, Michel ci illumina sul passato di Les Deux Alpes: «Una volta qui le persone erano talmente povere che dovevano emigrare. Poi sono arrivate le centrali idroelettriche».

Oggi è un paese di montagna vero, vivo, con le migliori caratteristiche della cittadina e le migliori specificità di un villaggio alpino. «In Italia Les Deux Alpes è conosciuta soprattutto per lo sci estivo: fino ai primi di luglio si può venire a sciare sul ghiacciaio. Ma siamo vicinissimi a Galibier e Alpe d’Huez, per cui siamo al centro del paradiso per chi pedala» assicura Enrica. Veneta e tutt’altro che appassionata di montagna in passato, si è sentita coinvolta nel clima famigliare che trovò fin dalla prima volta che mise piede a La Bella Etoile: «Mi sono innamorata prima di questo albergo e poi di tutto il resto. Adesso dirò una cosa strana, ma mi sembrava che avesse un’anima».

Enogastronomia

Una delle cose che rendono unica Les Deux Alpes, spiega Enrica, che ha voluto ottenere la cittadinanza francese ed è stata consigliera comunale, è la presenza di una cabinovia aperta quasi tutto il giorno. Si sviluppa sul versante sud, quello di Vénosc, ultimata nel 1974 per trasportare merci. Oggi è aperta fino alle 20 tutti i giorni, il giovedì anche più tardi. Fa parte del tessuto sociale di questi posti: la chiamano “ascensore tra valli” ed è considerata un vero e proprio trasporto pubblico, per cui costa pochissimo. Grazie a questa ovovia, il sabato mattina di una fresca giornata estiva, scendiamo per pedalare nell’Oisans.

Tutto, qui, si chiama d’Oisans perché è il nome del cantone, come lo definiscono loro. L’Oisans è un insieme di sei valli, che prendono il nome dai torrenti che le attraversano. Tutti confluiscono a Bourg d’Oisans, come facciamo anche noi in bicicletta. È un nome molto conosciuto da chi va in bici: è il punto di partenza di una delle salite mitiche del ciclismo mondiale, l’Alpe d’Huez.
Salita simbolo del Tour de France, va fatta almeno una volta nella vita, ma senza grosse aspettative: la strada di per sé non è niente di eccezionale. Offre l’ultimo scorcio panoramico dopo i primissimi chilometri di ascesa e poi entra nel bosco, lasciandoti solo con l’asfalto che ti guarda in faccia. Per pochi metri si distingue nitidamente la piscina pubblica di Bourg d’Oisans, o forse è solo un miraggio? Il nome ufficiale, di almeno la prima parte della strada, è di cattivo presagio: route de Basset et de Vieille Morte.

Più si sale di quota, più è facile sentire il frinire dei grilli a bordo strada. Ogni tornante è intitolato a chi ha vinto quassù, ma gli arrivi del Tour sono stati così tanti che, per esempio, il virage 21 ha due santi patroni (si fa per dire): Lance Armstrong e Fausto Coppi. Sull’ultima colonnina di ferro con frasi legate al ciclismo lungo l’ascesa, c’è una citazione di Jens Voigt che fa proprio al caso nostro: «State un po’ zitte, gambe! Dovete fare ciò che vi dico io!».

Ci si mette un po’ a uscire dall’antropizzazione sull’Alpe d’Huez, ma ne vale la pena. L’ultima cosa che si vede è una piccola fattoria, che sembra sbucata da un film ambientato nel New Mexico, poi non c’è più nulla. Stiamo proseguendo verso il gemello panoramico dell’Alpe d’Huez, senza traffico e brullo: il Col de Sarenne. Il Tour de France qui è passato una volta sola (nel 2013, quando transitò per primo Tejay Van Garderen, anche se poi, sulla seconda ascesa all’Alpe d’Huez, vinse Christophe Riblon), ma l’asfalto sembra rimasto a decenni prima.

Curiosità

È il fascino di questo deserto alpino. I palazzoni dell’Alpe d’Huez sembrano un lontano ricordo. C’è solo una baitina molto alla buona, con ombrelloni tutti diversi tra loro che svolazzano in giardino: uno dei pochissimi segni della presenza umana sulla Sarenne. La discesa verso il lago Chambon è una delle più belle strade da fare in bicicletta, con punti panoramici incredibili su montagne da oltre 3.000 metri.

Per spezzare in due la discesa, così da non freddare troppo le gambe, è consigliabile una piccola deviazione (3 km al 9% medio) verso Besse, un borgo piccolo ma delizioso nel Parco Nazionale degli Écrins. Nelle giornate giuste, pullula di amanti della montagna di ogni tipo, nonché di persone che si fermano a sgranocchiare qualcosa dopo l’attività fisica: persone felici di stare assieme.

Attraversata anche la frazione di Mizoën e superata la diga di Chambon (quando venne ultimata, circa 90 anni fa, era la più alta d’Europa), comincia l’ultima fatica di giornata, la più dolce: quella per tornare a La Belle Etoile di Les Deux Alpes. La affrontiamo con calma, gustandoci gli scorci sul lago e i paesini abbarbicati tra le valli. Decisamente fattibile in ogni condizione con il suo 6,4% di pendenza media, ha il pregio di avere una corsia dedicata ai ciclisti.

Verso la metà, presso la frazione di Mont-de-Lans, il nome del museo Chasal Lento ci fa sorridere: non c’è nulla più “lento” di noi in questo momento. All’interno del museo sono presenti alcune fotografie di quando il lago Chambon andava ancora formandosi e si scorgono nitidamente i paesini che ha sommerso.

Tornati in albergo, lasciamo che La Belle Etoile si prenda cura dei nostri corpi stanchi e accaldati. La piscina e un menù adeguato a compensare i tanti sforzi di giornata sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Spieghiamo ad Enrica che, per l’indomani, abbiamo pensato in grande: un giro in bici di quelli che parti al mattino presto e torni la sera tardi. «Nessun problema, per la colazione abbiamo grande flessibilità di orari, forse anche troppa» dice con un sorriso.

«Les Deux Alpes è conosciuta soprattutto per lo sci estivo: fino ai primi di luglio si può venire a sciare sul ghiacciaio. Ma siamo vicinissimi a Galibier e Alpe d’Huez, per cui siamo al centro del paradiso per chi pedala».
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Così accade. Stessa routine del giorno prima: colazione abbondante, discesa in cabinovia verso Vénosc, gambe scaldate lungo la Romanche. L’obiettivo di questa seconda giornata è ambizioso: ricalcare la tappa di Pantani, con la sequenza Croix de Fer - Galibier - Les Deux Alpes. Siamo subito fortunati: lungo la gradevole ciclabile verso Allemond troviamo Loïc Gouveia, diciassettenne della nazionale lussemburghese in allenamento. Si sta molto bene nella sua scia, ma quando la strada sale dobbiamo salutarlo e abbandonare ogni velleità.

La Croix de Fer è una salita lunghissima, poco alpina e poco regolare, con tanti strappi. Ha diversi segmenti in falsopiano: il primo, presso la frazione di La Rivière, vanta una crêperie da cui fuoriesce un profumo irresistibile. Abbiamo fatto, quindi, una volata per verificare che fosse non solo fumo ma anche arrosto, cioè crêpes dolci. 

A La Belle Etoile ce l’avevano detto, la comunità dell’Oisans è unica. Non ci sorprende dunque trovare, sull’asfalto della Croix de Fer, scritte per La Bérarde, la località più elevata della valle di Vénosc, semi-distrutta da un’inondazione nel luglio 2024. La salita diventa meravigliosa dalla diga di Grand’Maison in poi. A quel punto, attorno quota 1.700 metri, gli alberi si diradano, appaiono continuamente piccole cascatelle e l’esemplare con più avvistamenti è il ciclista. Tanti ci superano, alcuni li superiamo noi, o ne incrociamo il tragitto. Una deviazione verso il Col du Glandon, una sorta di Umbrail per lo Stelvio, allunga il piacere di pedalare in un anfiteatro naturale fatto di rigagnoli d’acqua, boschi, laghetti in lontananza e pietraie. 

Non vanno sottovalutate la discesa verso Saint-Jean-de-Maurienne e il fondovalle fino a Saint-Michel. È vero che si perdono quasi 1.500 metri di quota, ma la strada non è mai veramente piatta e, soprattutto, è infinita. Tra lo scollinamento della Croix de Fer e l’attacco del Telegraphe ci sono oltre 40 chilometri, non così semplici come sembra.

Souvenir

Antipasto del Galibier, il Telegraphe è sofferenza pura, come l’Alpe d’Huez. Rimani sempre nel bosco, non c’è nessuna distrazione diversa dal contare i chilometri che passano, lentamente. Al rifugio in cima ci siamo abbuffati, contando di digerire nei circa 4 chilometri di discesa verso Valloire. È qui che comincia il vero e proprio Galibier, una salita che fa venire i brividi solo a pronunciarla.

In località Les Granges, in un piccolo prato all’interno di una curva verso destra, c’è un monumento dedicato a quello scatto di Pantani. Anche a causa della bellezza e del silenzio che circondano ogni tornante, commuoversi qui non è difficile. Il finale è indescrivibile: va fatto e basta. La salita del Telegraphe, di fatto un’unica ascesa, è iniziata 30 chilometri fa, siamo sfiniti e non è certo l’ultima manciata di Haribo frizzanti a ridarci linfa vitale. È tutto ciò che ci sta attorno: dai 2.400 metri di quota fino alla vetta (2.642, secondo il cartello) si pedala tra la meraviglia più totale.

La discesa verso il Lautaret e il lago Chambon è anch’essa lunghissima, ma, specie dopo i primi chilometri, la strada è larga e quasi non serve nemmeno toccare i freni. Per quanto possibile, dopo 4.000 metri di dislivello, proviamo a far girare ancora le gambe per risalire verso Les Deux Alpes: se fosse aperta, ci diciamo scherzando, la seggiovia da Mont-de-Lans a Les Deux Alpes farebbe al caso nostro. 

Non ancora sicuri di aver metabolizzato tutto ciò che abbiamo visto, al termine di una giornata epica, discutiamo di ciò che abbiamo visto con Michel, il proprietario di La Belle Etoile. Lui, a fine serata, ci consiglia altre salite della zona, altrettanto panoramiche ma molto meno famose, come Villard-Notre-Dame e Oulles. A un certo punto lo interrompiamo e apriamo i telefoni convinti: bisogna trovare un weekend del prossimo mese in cui tornare.

Testi

Michele Pelacci

Foto

Poci’s

Hanno pedalato con noi

Lorenzo Boutall, Gabriele Pezzaglia

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.

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