Ultima chiamata

Terra di montagne di uguale bellezza, Cortina e l’Alta Badia rappresentano perfettamente ciò che ci aspettiamo dalle Dolomiti.

Periodo consigliato

Giu - Set

Dislivello Totale

6.710 m

Lunghezza totale

202 km

Durata

3/6 Giorni

G

odersi gli ultimi giorni in montagna, prima che la nebbia copra le cime, prima che il freddo si faccia sentire, prima che il fumo si alzi dai camini, e prima ancora che i sentieri si coprano di un mantello bianco, ha sempre avuto qualcosa di speciale. Sospesi tra una stagione e l’altra, l’estate si ritira a passi lenti, mentre l’inverno non sa se bussare alla porta con anticipo o se aspettare ancora un paio di giorni.

Ultima chiamata

00

Intro

01

Giorno 1

02

Giorno 2

03

Giorno 3

Nel frattempo i camminatori hanno disertato i sentieri più gettonati, le pareti sono finalmente libere da chi cerca di conquistarle, il rombo dei motori ha smesso di coprire il canto degli uccelli sui passi di montagna e le persiane dei rifugi si sono chiuse una dopo l’altra. La montagna, per un attimo, è di nuovo selvatica, in attesa della frenesia invernale.

Si tratta di un breve periodo dell’anno privilegiato, che merita di essere sperimentato immersi nel panorama più grandioso, quello delle Dolomiti.

È in questo momento che suona, dentro noi ciclisti, l’ultima chiamata alle cime. Quando le mucche stanno per scendere dal loro pascolo, noi cerchiamo di salire per goderci panorami che sembrano dipinti. Siamo ben consapevoli di quanto effimero questo istante possa essere. Sappiamo che incontreremo più trattori che macchine, più contadini che turisti. Proprio per questo si tratta di un breve periodo dell’anno privilegiato, che merita di essere sperimentato immersi nel panorama più grandioso, quello delle Dolomiti.
Partiamo con Lorenzo da Cortina d’Ampezzo, borse attaccate alle nostre bici, mentre i primi raggi di sole sciolgono il ghiaccio sul tetto della macchina. Faremo tre giorni in alta montagna, da Cortina a Dobbiaco, da Dobbiaco a San Cassiano, e poi di ritorno su Cortina.

Souvenir

name01

Usciamo dal paese su una ciclabile, che ci porta presto su una strada sterrata che taglia attraverso il bosco. Ombre e luci si alternano con la stessa cadenza dei colpi di pedale di Lorenzo. Questo sentiero è una perfetta introduzione: non troppo ripido, non troppo tecnico ed offre anche un bellissimo punto panoramico sulle cime intorno. Appena usciti dal bosco, arriviamo a El Brite De Larieto, un agriturismo molto tipico e curato. C’è giusto il tempo per un caffè, un’ispezione veloce della stalla e un saluto alle mucche che pascolano indifferenti della meraviglia che le circonda. Subito dopo torniamo su asfalto in direzione dell’impianto Rio Gere, di cui dobbiamo pedalare i 300 metri di dislivello, vista la sua chiusura in questo periodo. È un tratto per i più coraggiosi o più tecnici: pendenza e terreno mosso mettono a dura prova le nostre capacità di guida. Dietro di noi, luoghi dai nomi evocativi, promesse di ulteriori viaggi: Forcella del Diavolo, Forcella della Torre, Cima Cadin del Deserto.

Sbuchiamo appena sotto il rifugio Son Forca. Siamo soli in mezzo alle gialle muraglie verticali, cosparse di vegetazione verde e circondate da un azzurro immacolato. Niente pranzo per noi: il rifugio è chiuso e la valle del Rio Bosco che dobbiamo percorrere è totalmente selvatica. Iniziamo la discesa sotto lo sguardo del Monte Cristallo e dei suoi 3.216 metri d’altezza. Facciamo volare sassi, sballottare le borse, riscaldare i dischi. Ci fermiamo ad un certo punto a bocca aperta, non per via della fatica, bensì della bellezza che si apre davanti a noi. Saremmo rimasti volentieri lì, nel prato giallo bordato di abeti che si arrampicano sulla roccia aspra, a sognare di una vita fuori dal tempo.

Mancano ancora 50 chilometri per completare la nostra prima tappa. Il sole scende dietro le vette sulla nostra sinistra, mentre alziamo il ritmo su una sterrata che si fa più ripida e sassosa. È bello vedere Lorenzo giocare come un bambino: salti, sgommate, pendolo scandinavo, manual. Arriviamo sulla strada ma subito prendiamo una pista ciclabile che ci fa passare di fianco a piccoli laghi dai riflessi ipnotizzanti. Intorno lo spettacolo si rinnova senza tregua: non sappiamo da che parte voltarci e lasciamo semplicemente che queste montagne si stampino profondamente nei nostri ricordi.

Enogastronomia

Man mano che ci avviciniamo a Dobbiaco, la temperatura si abbassa e gli strati di abbigliamento aumentano. Approfittando degli ultimi raggi di sole, decidiamo che è l’ora di una birra in città. Saltare il pranzo non è stata una buona idea e ci vorrà un po’ di tempo per riprendere le forze. Porta sulle Dolomiti e comune delle Tre Cime, Dobbiaco offre un paesaggio diverso, fatto principalmente di campi e colline. Domani ci aspetta la valle verde, ma adesso è ora di assaggiare l’Amaro Odle. Con sorpresa della cameriera, viene molto apprezzato e la bottiglia rimane sul tavolo per un paio di giri: adesso siamo finalmente riscaldati. 

name02

Il secondo giorno è uno di quelli dalla luce piatta e dal freddo che si infila nella mente. Controlliamo un’altra volta il meteo, che ci illude ancora con un sole sgargiante e un cielo vergine. Facciamo i primi chilometri ai margini della foresta, attraversando strani stabilimenti chiusi, talmente ben ordinati che ci viene il dubbio che qualcuno aspetti il nostro passaggio. Arriviamo al lago di Valdaora, con le sue acque blu e grigie e le sponde di sabbia. Dopo 20 chilometri prendiamo l’impianto di Plan de Corones: il termometro segna due gradi in partenza, sarà difficile uscire dal caldo relativo della cabina. Come immaginavamo, lassù il freddo si fa ancora più intenso, perciò cerchiamo di scaldarci sulla strada che ci porta a San Vigilio di Marebbe. Scorrevole, con alcuni tratti di asfalto, questa lunga discesa ci ha messo appetito.

Ci fermiamo per una pizza, sotto il campanile e, finalmente, sotto i raggi del sole. Nei miei viaggi ho notato che tutti portiamo sempre un oggetto superfluo: chi un libro, chi un quaderno e delle matite. Lorenzo comincia a disegnare, giocando con i colori che diventano più liquefatti con l’altitudine. Non tiro fuori il mio libro, mi accontento di ammirare la sua maestria. Per lavoro Lorenzo disegna caschi da bici, mentre quando è in sella preferisce dedicarsi a ciò che lo circonda e lo colpisce.

Ripartiamo prendendo la cabinovia che da San Vigilio conduce a Piz de Plaies. Qui inizia una lunga salita che ci porterà verso Badia. Quando scolliniamo, abbiamo percorso già 43 chilometri. Scendendo, decidiamo di prendere un bivio per raggiungere un punto panoramico: rimaniamo senza parole quando ci ritroviamo su un single track che sembra uscito dai nostri sogni, in mezzo ad un prato verde acceso, tagliato alla perfezione. Di fronte, il circo del Piz da Peres sbarra l’orizzonte. Se non è il paradiso, gli assomiglia parecchio. Da lì in poi, è molto difficile non fermarsi ogni minuto per ammirare la vista e fare delle foto. Il verde dei prati, le sfumature arancioni delle pareti e degli alberi, il blu del cielo e della maglia di Lorenzo sono forse solo il prodotto della nostra immaginazione. Sappiamo che arriveremo tardi, ma vagare è fatto per chi non è attaccato alle cose del presente. Il sentiero che scende su San Cassiano, di fianco al Sasso di Santa Croce, è uno dei più belli: mountain biking alpino nella sua veste migliore, mentre intanto il sole scende. Dormiamo vicino all’impianto del Piz Sorega, ma prima chiudiamo la serata con una cena tipica: crauti rossi, gulasch e canederli. 

Souvenir

name03

La neve è arrivata per l’ultimo giorno, pochi metri sopra il nostro albergo. Decidiamo di adeguare il percorso a questo imprevisto, e saliamo al bike park con la cabinovia del Piz Sorega. Entriamo su questi ovetti impolverati, sotto gli sguardi incuriositi degli addetti: saremo probabilmente soli in bici lassù. Ci godiamo fino in fondo l’ultima chiamata, tracciando curve nel bianco delle piste e saltando le gobbe del bike park. Siamo ormai bagnati e infangati, ma fa parte del gioco. Facciamo una seconda colazione verso le 11 quando torniamo giù, e ci prepariamo ad affrontare la prima salita del giorno, sotto il sole.

Arriviamo al Forte Tre Sassi, dopo un tratto sterrato e uno di strada: è un ricordo di un passato non così lontano, quando queste zone facevano ancora parte dell’Austria. Scendendo sul Passo Falzarego il vento gelido ci mette alla prova, e noi rispondiamo decidendo di fare una terza colazione. Entrati in un bar al Passo, mettiamo volentieri le mani su una birra e una fetta di Sacher. Nonostante il meteo, il Falzarego rimane un luogo affollato grazie alla Funivia Lagazuoi, opera incredibile compiuta nel 1964: è impressionante guardare da giù la stazione di arrivo, appollaiata sulla roccia.

La stanchezza dei giorni precedenti e il freddo cominciano a farsi sentire. Affrontiamo una porzione tecnica in salita, che richiede di spingere la bici per una decina di minuti, poi scendiamo fino alle piste da sci di Cortina. I nostri sforzi vengono premiati quando, dopo l’ultima salita su un bel sentiero, arriviamo ad uno stupendo punto panoramico, che ci offre una vista imperdibile sul villaggio olimpico a valle, e sulla maestosa Croda Rossa. La discesa è molto divertente, nonostante il fondo mosso, ma ci fermiamo comunque per ammirare le cascate di Fanes, che si sviluppano dentro una serie di canyon incantevoli. È qui che finisce la nevicata di stamattina, e il nostro viaggio.

Poter far nevicare andando in bici sarebbe un potere non trascurabile, ma non credo che gran parte delle persone che conosco sarebbero d’accordo. Per questo mi sono goduto questa riga bianca inaspettata che traccia nettamente il limite tra la stagione della bici e quella dello sci: so bene che l’ultima chiamata delle Dolomiti non delude mai. Il mormorio delle foreste e delle acque, il vento freddo che batte sulle giacche, la neve che si attacca ai copertoni, le guance rosse dal freddo: ognuna di queste sensazioni si amplifica sotto queste pareti intramontabili. Una gita su due ruote si trasforma improvvisamente in un’avventura quasi mistica, che crea ricordi che andrò a ricercare nei momenti bui. Ricordi fatti di colori, di forme e di sensazioni.

In macchina, durante il viaggio di ritorno, non parliamo di imprese sportive, di cose materiali, o dei prossimi acquisti da fare. Parliamo di scelte di vita, del giusto approccio alle cose, di ciò che conta veramente al di là dei nostri impegni quotidiani. Parliamo di rallentare per non essere semplici consumatori della bellezza che ci viene offerta. La bici è il mezzo perfetto per goderne, è un mezzo che aiuta a riflettere, non un’attività fine a sé stessa. Tre giorni nelle Dolomiti, quasi da soli, aiutano a cambiare prospettiva. Per alcuni, come Lorenzo che già vive in montagna, la vita quotidiana a contatto con la natura è una realtà. Per tanti altri rimane un sogno distante, o forse bisogna solo attendere la chiamata giusta.

Testi

Ulysse Daessle

Foto

Ulysse Daessle

Hanno pedalato con noi

Lorenzo Marelli

REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.

Compra il mumero

Esce una volta all’anno, ci lavoriamo quasi tutti i giorni. Destinations è un progetto vivo, che ci porta in giro per l’Italia in bicicletta, che ci aiuta a scoprire luoghi e punti di vista.

Scrivici

Mulatero Editore
via Giovanni Flecchia, 58
10010 Piverone (TO)
0125 72615
mulatero.it
[email protected]

Alvento è una rivista cartacea a diffusione nazionale.
Autorizzazione del tribunale di Ivrea n. 1 del 27/06/2018 (Ruolo generale 1904). La Mulatero Editore è iscritta nel Registro degli Operatori di Comunicazione con il numero 21697

Aggiorna le preferenze sui cookie