Weekend varietà

Dove le vette alpine e i laghi glaciali si abbracciano, la bicicletta diventa la compagna perfetta per assaporare i contrasti spettacolari di una regione che unisce la precisione svizzera e la passione italiana.

Periodo consigliato

Mar - Nov

Dislivello Totale

7.510 m

Lunghezza totale

314 km

Durata

3/6 Giorni

D

ue sono i giri memorabili che hanno dato inizio alla mia storia con la bicicletta: la salita al Nivolet, tra cime vertiginose e tornanti avvolgenti, e il giro del lago d’Orta, con le sue rive ornate di giardini e l’Isola San Giulio che emerge dalle acque. Erano i miei primi veri giri lunghi, entrambi rigorosamente con partenza da casa. Con il primo mi sono innamorato dell’ambiente montano, dell’aria fresca, del silenzio rotto solo dal rumore delle ruote sulla strada. Il secondo mi ha svelato la gioia di sfrecciare lungo le rive del lago, con il ritmo delle pedalate che si fonde con il silenzio dell’acqua, specialmente fuori stagione, quando la pace è assoluta.

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Intro

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Giorno 1

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Giorno 2

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Giorno 3

Da allora ho sempre cercato un luogo dove questi due mondi si fondessero. Ripensando al mio primo Interrail intrapreso da giovane universitario, mi torna alla mente quel connubio perfetto tra montagna e lago, visto di sfuggita dal finestrino di un treno nel Canton Ticino. Quel paesaggio mi è rimasto tanto impresso da spingermi a tornare, via treno, proprio in memoria di quel viaggio. Questa volta sul vagone con me c’è anche la bici, una gravel ad essere precisi. L’obiettivo è rivivere le sensazioni di libertà e spensieratezza provate da ragazzo, le stesse che mi hanno fatto perdere la testa per questo mezzo a due ruote, plasmando la mia identità e le mie passioni.

Il Canton Ticino, seppur poco rinomato in ambito ciclistico, ai nostri occhi ha sempre avuto il potenziale per offrire delle giornate indimenticabili in sella.
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Le calorie sono importanti in generale, ma lo sono di più se nei successivi tre giorni sono previsti oltre 7.000 metri di dislivello. Appena arrivato a Bellinzona – che i local mi insegnano si pronuncia con il tz – cerco, dunque, sul mio smartphone un localino caratteristico e mi salta all’occhio il Grottino Ticinese – la gente del posto mi insegna anche che le taverne si chiamano grotti. Mi abbuffo e chiudo con un piatto di vermicelles, un dolce tipico svizzero a base di castagne che dalle mie parti si chiama montebianco. La pietanza appropriata per affrontare il Monte Tamaro, conquista principale del giorno uno.

Curiosità

Fortunatamente i primi chilometri del mattino, percorrendo il Piano di Magadino, mi permettono di attivarmi con calma e scaldare un po’ la gamba. Trovo una rete di piste ciclabili lontane dal grande traffico, usate da ogni tipo di ciclista: stradisti, gravellisti, touristi, e anche dalla cargo-bike elettrica delle poste. Quella che seguo mi porta a Quartino: leggendo il cartello mi viene da ridere pensando ad un quartino di vino, ma, forse, è un po’ presto per cominciare a bere. Attraverso la frazione e capisco che in realtà c’è ben poco da scherzare, qui le cose si fanno serie. Un breve tratto di pavé demarca l’inizio della via storica del Montecenerino, una salita asfaltata che presto si trasforma in ciottolato. Sono solo 2,5 chilometri, ma con una pendenza media del 13% e con picchi di oltre il 30, a detta del ciclocomputer. Percorrendo questo sentiero si ha davvero l’impressione di calarsi in un’atmosfera di altri tempi, e di rivivere sensazioni provate quando l’uomo si spostava a piedi o a cavallo, forse mezzo di trasporto più appropriato per questa rampa.

Siamo tornati per scoprire itinerari meno noti, perfetti, soprattutto, per gli amanti delle salite e dell’avventura, a cui piace anche mettere le gambe sotto al tavolo per premiarsi dopo l’impresa, gustando prodotti locali di alta qualità.

Lungo il percorso incontro un masso cuppellare con incisioni rupestri: si dice fossero un augurio di buon viaggio a chi transitava. Per un attimo maledico gli autori delle incisioni che più che auspicare buona sorte, pare mi augurino un viaggio all’altro mondo: sento colpi di arma da fuoco alle spalle. Istintivamente accelero. Niente di grave, è solo il centro di reclutamento Monte Ceneri, punto di transizione tra la strada storica e quella secondaria che mi porterà in cima. Questa salita, seppur tecnicamente meno impegnativa della precedente, non è da prendere sottogamba. È un collage di superfici: si incontrano asfalto, sterrato, ciottolato, pavé e blocchi di pietra ad intervalli alterni. Dopo 8,5 chilometri e 900 metri di dislivello arrivo in cima, sopra il limite degli alberi, dove la vista a perdita d’occhio sui monti e sul Lago Maggiore mi fa dimenticare i monologhi interni sul perché mi ostini a voler soffrire gratuitamente in questo modo e sul per cosa si starà preparando l’esercito di una nazione neutrale come la Svizzera. Svarioni finiti, contemplo ciò che mi circonda con emozioni miste, tra godimento e soddisfazione: questo panorama mi ripaga di ogni fatica che ho fatto. Mi metto guanti e gilet, e mi godo la discesa che riprende buona parte della salita, eccetto l’ultimo tratto asfaltato.

Il premio per aver conquistato la vetta arriva dopo un’ascesa morbida tra i vigneti sopra Locarno: una cascata con una vasca che sembra appartenere ad un angolo nascosto delle Alpi. Eppure è lì, a bordo strada. Inutile dirvi che mi sono buttato immediatamente. Scendo verso la cittadina passando dal santuario della Madonna del Sasso, il più importante luogo di pellegrinaggio della Svizzera italiana, erto su uno sperone di roccia. Finalmente mi trovo lungolago con un gelato in mano, pedalando a passo d’uomo, godendomi tutto quello che i sensi recepiscono: il gusto della stracciatella, l’arietta fresca sulla faccia, il canto degli uccellini e il profumo dell’erba appena tagliata. Non mi resta altro che rientrare a Bellinzona, dove mi trovo costretto a fermarmi per un aperitivo in piazza Collegiata per ammirare la bellezza di questa città che la sera prima, non so se per la fretta o la stanchezza, mi era sfuggita. Mezzoretta di spa, massaggio defaticante e una cena da leccarsi i baffi: l’Arbed Living Hotel è la mia casa per questo weekend e non avrei potuto fare scelta migliore.

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Con una mano inforco la mia colazione all’inglese e con l’altra scorro sul profilo della traccia Komoot. Il secondo giorno prevede un dislivello importante, dunque ci vuole una seconda colazione. Mi dirigo da Davide di Velocafè per assumere un po’ di calorie extra, fare un check rapido alla bici e chiedergli qualche informazione in più sul giro che sto per intraprendere. Da lì prendo il treno fino a Mendrisio e, messo il primo piede sulla banchina, si presenta subito una bella rampa per uscire dal paese: per fortuna la gamba l’ho scaldata bene il giorno prima. Imboccata la Valle di Muggio, la più meridionale di tutta la Confederazione elvetica, la salita diventa più docile. Questa zona mi colpisce particolarmente per la sua calma e bellezza, caratterizzate da una natura ancora in gran parte incontaminata, interrotta solo da qualche piccolo borgo caratteristico qua e là.

Dopo una decina di chilometri di strada idilliaca sento di essere vicino al nirvana, quando all’improvviso mi trovo davanti a un bivio che mi riporta con i piedi per terra. A sinistra la strada continua dolce e sinuosa, a destra una salita spaccagambe con pendenze a doppia cifra. Ovviamente bisogna andare a destra. Da qui fino all’Alpe Bonello, la cui cima confina con l’Italia, è tutta salita. Inizialmente è asfaltata, ma ben presto diventa sterrata e sempre più tecnica.

Verso la vetta, sul lato sinistro della strada, ci sono occasionalmente delle strisce di asfalto lunghe qualche centinaio di metri, come se gli dèi avessero deciso di concedere degli attimi di tregua ai poveri ciclisti in pena. Conclusa questa salita infernale, si apre però il cancello del paradiso, e non è una metafora: si tratta di un vero e proprio cancello che dà su una strada gravel immacolata, diretta verso una collina verde smeraldo; sembra di entrare dritto per dritto in uno sfondo di Windows XP. La vista si apre sulla vallata sottostante con le montagne che si stagliano all’orizzonte, e la sensazione di aver conquistato la cima è di pura beatitudine.

Da qui vedo il secondo obiettivo, Roncapiano, il centro abitato più elevato della valle, nonché un punto nevralgico del contrabbando tra Italia e Svizzera negli anni ’50, proprio grazie alla sua posizione strategica e vicinanza con il comune di Erbonne, dall’altro lato del confine. Scendo e chiudo l’anello, arrivando dal lato light del bivio nominato in precedenza. Questa volta mi butto giù a destra per una discesa ripidissima, fino ad arrivare a Casima dove faccio un pit-stop al Cà Nani Small Boutique Hotel, un piccolo angolo di bellezza dove mi godo un ottimo caffè con vista. Incontro un signore anziano, una vera e propria local legend, con una barba lunga e candida che ne incornicia il sorriso. Mi racconta della tradizione casearia della zona, trasmessa di generazione in generazione e di come già da bambino aiutava il nonno a fare i formaggi nella vecchia latteria di famiglia.

Enogastronomia

Raggiunto il fondovalle, pedalo lungo le rive del lago Ceresio, lo attraverso e arrivo sopra a Lugano, nel quartiere di Pazzallo. Passo davanti al Grotto Morchino e leggo con la coda dell’occhio, e una certa fame, la prima delle specialità del giorno: risotto alle zucchine con fiori di zucca e formaggio büsción della Valle di Muggio. Che faccio, non mi fermo? Inutile dirlo, era delizioso. Dopo un bel tiramisù per mantenere alti i livelli di caffeina e zucchero nel sangue, scendo su Lugano, per poi tornare a salire lungo le rive del lago Ceresio (o lago di Lugano). Un panettone verde sull’altra riva cattura la mia attenzione e mi ricorda le pedalate a Cape Town: forse sono il primo al mondo a cui questo Paese ricorda il Sudafrica, ma poco importa. Si tratta del Monte San Salvatore, detto anche Pan di Zucchero della Svizzera, proprio per questa sua forma caratteristica che ammalia per tutta l’ascesa.

Costeggio il versante da cui ammiro i tetti di Lugano, per riprendere a salire nuovamente. Fatti un paio di tornanti su asfalto, passo a lato di una sbarra e incontro una sezione di gravel con segmenti di cemento zigrinato sulle parti più ripide, che mi fa sentire come se stessi pedalando su ruote sgonfie. Dopo il primo tratto penso di aver bucato la ruota posteriore: mi fermo per controllare ma è tutto ok. Arrivato in fondo ad una bella discesa ripida su asfalto, finalmente ho tempo di rifiatare lungo stradine secondarie e piste ciclabili, che costeggiano il fiume Vedeggio. Tutto bene finché non incontro l’ultima salita di giornata che mi porterà fino a Isone. A questo punto, completamente cotto, inizio ad avere delle allucinazioni: lungo la strada, sotto alcune casette, delle e-MTB parcheggiate mi chiamano come sirene. Resisto. Poco dopo, giuro di vedere un gregge di camosci sulla strada anche se, considerata la quota bassa a cui mi trovo, sembra piuttosto improbabile. È solo un altro scherzo della mia mente annebbiata dalla fatica? Chi può dirlo. Da qui i ricordi sono un po’ offuscati: l’obiettivo è sopravvivere e raggiungere la stazione di Rivera. Ritorno in me, scolandomi una media e ammirando il Monte Tamaro conquistato il giorno precedente.

Souvenir

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Mi sveglio con le gambe piuttosto provate dai due giorni appena trascorsi, così decido di guadagnare un po’ di dislivello risalendo la Valle Leventina in treno: dai 230 metri di Bellinzona arrivo ai 1.175 metri di Airolo. Due colpi di pedale e sono alla partenza della funivia di Pesciüm, dove la tentazione di guadagnare altra quota a sbafo è altissima, ma rimango fedele al piano iniziale. Così comincia la scalata su per la strada forestale che mi porta fino a 1.800 metri. Verso la cima mi fermo per raccogliere una manciata di mirtilli, che funzionano meglio dei gel. Rifocillatomi a dovere, mi immergo nella parte più divertente di tutti e tre i giorni: un traverso che si snoda tra boschi di conifere scure e pascoli verdi e incolti, dove lo sguardo si perde nell’incanto delle vette maestose circostanti, con cascate vigorose.

Non devo distrarmi troppo però, il percorso è a tratti tecnico e c’è ancora un passo da conquistare: il Nufenenpass o Passo della Novena. Lo sterrato sbuca proprio alla base della salita che porta lassù, a 2.478 metri. Armato di forza e coraggio, affronto con grinta questo serpeggiare di tornanti, consapevole che dopo aver raggiunto il passo mi aspettano quasi 60 chilometri di discesa. Con uno sprint mi mangio gli ultimi 800 metri, come se fosse l’arrivo di tappa di un grande giro. Arrivato su, mi siedo sulla bicicletta e faccio un respiro profondo assaporando il momento, mentre ammiro la neve sul Nufenenstock.

E ora, mentre scendo verso valle, so che porterò con me il ricordo di questi giorni, che queste due ruote continueranno ad essere compagne di viaggio, strumento di scoperta e pura passione.

La discesa mi porta via, ma la mente rimane lì, sospesa tra i ricordi dei miei primi giri e le emozioni di questi tre giorni. Ripenso alle montagne e ai laghi delle mie zone, e come questi luoghi mi abbiano fatto innamorare della bicicletta. Dopo aver scalato le vette del Canton Ticino, costeggiato i laghi e scoperto angoli nascosti della Svizzera, mi rendo conto che l’entusiasmo per la bicicletta è sempre lo stesso: nulla può eguagliare la gioia di scoprire nuovi luoghi e l’emozione di superare i propri limiti, pedalando. Questa esperienza mi ha riportato a quell’amore genuino, a quel gusto dell’avventura che mi ha fatto inforcare la bicicletta tanti anni fa. E ora, mentre scendo verso valle, so che porterò con me il ricordo di questi giorni, che queste due ruote continueranno ad essere compagne di viaggio, strumento di scoperta e pura passione.

Testi

Lorenzo Boutall

Foto

Ulysse Daessle

Hanno pedalato con noi

REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI

Questo itinerario lo puoi trovare sul super-magazine Destinations – Italy unknown / 4, lo speciale di alvento dedicato al bikepacking. 11 destinazioni poco battute o reinterpretazioni di mete ciclistiche famose.

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